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La recensione del film “Boston-Caccia all’uomo” di Peter Berg

“Boston-Caccia all’uomo” è il titolo dell’ultimo lavoro di Peter Berg che, con tono quasi documentaristico, ricostruisce le 105 infuocate ore del Patriots Day del 2013

L’ultimo lavoro cinematografico di Peter Berg (“Boston-Caccia all’uomo) ripercorre le centocinque ore che anticiparono e seguirono gli attacchi terroristici di Boston, consumatisi durante il Patriots Day del 2013, nel quale persero la vita 3 persone e ne furono ferite 264.

Il regista newyorkese torna a lavorare sul tema della guerra, sul confronto umano e sulle storie vere tenendo sempre come accompagnamento battente la retorica dello spirito americano, come se tutto lo avesse condotto a questo film sugli attentati durante la maratone di Boston.

A differenza di “Lone Survivor” o “Deepwater Horizon” qui non si concentra più su una squadra ma allarga la narrazione a moltissimi protagonisti e coprotagonisti, tutti in scena contemporaneamente, in un film-città che ambisce a raccontare tutto e tutto insieme.

Non fossimo lontani dal cinema sovietico dei tempi d’oro, si potrebbe quasi parlare di eroe-massa.

Il prima, il durante e il dopo messi in ordine cronologico, la preparazione, i momenti di panico e di morte durante l’attentato e poi, come dice il titolo italiano, la caccia all’uomo che è seguita.

Ci sono vittime trattate come coprotagonisti, protagonisti che ad un certo punto sembrano marginali, non più eroi indomiti responsabili di tutto, ma pedine come altre che fanno la loro piccola parte.

E poi c’è un incredibile personaggio di J. K. Simmons, poliziotto che sembra non fare niente per tutto il tempo, lo vediamo di quando in quando preso da faccende minori in piccole scene apparentemente svincolate dal resto e poi, al momento cruciale, arriva a fare la propria parte.

Un monte di scenette preparatorie, di attimi quotidiani per raccontare come un atto eroico possa esplodere tutto insieme, per raccontare la capacità e il coraggio di essere al servizio della legge in un attimo in cui si concretizza tutto.

Sono tecniche da cinema d’autore, qui al servizio del cinema più commerciale possibile.

La trama

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Boston, 15 aprile 2013. A causa di una sanzione disciplinare, il sergente Tommy Saunders è costretto a integrare la squadra incaricata della sicurezza della maratona, la più vecchia degli Stati Uniti.

Il clima festivo è interrotto dall’esplosione di due bombe. Gli ordigni, piazzati lungo la linea d’arrivo sulla Boylston Street, uccidono tre persone e ne feriscono duecentosessantaquattro.

In tempi rapidissimi la videosorveglianza permette di identificare i due colpevoli, due fratelli di origine cecena devoti alla causa estremista. FBI e polizia cominciano una serrata caccia all’uomo attraverso una città in stato di choc.

Una corsa contro il tempo a cui Tommy Saunders darà il suo eroico contributo.

L’analisi del film

Peter Berg, attraverso questa pellicola, intende restituire una narrazione il più fedele possibile delle drammatiche ore del Patriots Day del 2013.

Per fare ciò, ricorre ad una attenzione quasi maniacale ai dettagli storici ed al registro documentaristico mediante l’ausilio di telecamere a spalle e materiale di repertorio.

In “Boston-Caccia all’uomo” c’è poi la consueta esaltazione della resilienza americana, della capacità cioè del popolo a stelle e strisce di resistere ad ogni colpo ed uscirne, da nazione vera, più forte di prima.

Questa narrazione pseudo-propagandistica, tuttavia, è affiancata da un solido racconto poco commerciale in cui si presta attenzione all’atteggiamento di uomini comuni che trovano la forza di scendere nell’inferno della guerra pur di perseguire un disegno più grande.

Il cinema di Berg genera, dunque, americani capaci di prendere le misure della propria responsabilità, di accordarsi su valori che li trascendono e allo stesso tempo una forza impersonale che spinge l’azione contro la tentazione dell’esaltazione patriottica.

Nell’epoca della disgregazione sociale del popola americano, seguita all’elezione di Trump, infine, il film non può non essere letto anche come un inno all’unità nazionale.

Questo è evidente anche nel discorso conclusivo del personaggio interpretato da Mark Wahlberg, figura centrale in un cast comunque corale, che assolda grandi caratteristi del cinema americano contemporaneo del calibro di John Goodman e J. K. Simmons.

 

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