Affaccio sulle nuvole dal Monte Molare

A ZONzo sul Molare, questa settimana saliamo sulla vetta più alta dei Lattari per un affaccio di lusso sul Vesuvio e sulle nuvole del golfo

Nella fisionomia degli Outdoorini che caratterizza le nostre giornate fuori porta c’è, tra le varie, la capacità di perdersi per poi ritrovarsi.

Perdersi letteralmente tra i sentieri che percorriamo per poi riuscire ad orientarci meglio.

E anche stavolta, tra dimenticanze e brevi svilimenti, perdiamo una outdoorina ancor prima di partire e perdiamo la deviazione giusta del percorso ancor prima di arrivare.

Ma recuperiamo lei e ritroviamo lui: Campo del Pero, il nostro punto di partenza a 1159 slm sulla sommità del Faito, in quel di Vico Equense dove vista l’ora, una pizza ci starebbe quasi.

Iniziamo finalmente il nostro peregrinare, in mezzo a faggi secolari alti, robusti e con tronchi meravigliosamente omogenei e compatti. Il faggio è la specie forestale più presente nei boschi italiani. E noi li ritroviamo quasi sempre nei sottoboschi quando puntiamo alle vette oltre i 900 m di altezza.

Con il faggio si fanno violini e pianoforti, i suoi frutti vengono arrostiti come castagne o tostati per surrogare il caffè, il suo olio si usa come condimento e le sue foglie per foraggiare i pascoli scarsi. E con il rosso-bruno delle sue foglie d’autunno oggi la faggeta ci regala una passeggiata policroma e sonora.

Camminiamo in mezzo alla vita, dove ogni dettaglio della natura “sa suonare ovunque lo si tocchi”.

In questo fiorir autunnale, arriviamo a casa del Monaco. Vi aspettate una calda accoglienza, una tavola imbandita e il provolone del monaco impiccato sul fuoco?? Invece si mostra a noi il primo assaggio di Capri e della costa con Sorrento sullo sfondo.

E come ad ogni panorama improvviso della nostra terra, prevedibili e ripetitivi, esclamiamo che “noi viviamo in un paradiso!”.

 Fieri e ritemprati dai primi scorci di bellezza, proseguiamo intorno alla montagna salendo gradatamente verso la croce della Conocchia, una cima che ti “sconocchia”.

Dal bosco siamo passati alle pareti brulle e scoscese del crinale, dove la nuda roccia richiede forza fisica e concentrazione per essere scalata. Ci arrampichiamo pietra su pietra con mani e piedi, naso a naso con la montagna sassosa e assolata.

Il nostro corpo è il primo strumento d’approccio alla vita e noi, in ogni passeggiata, scalata, pedalata, lo mettiamo in gioco realizzando un rapporto d’amore fisico con la natura.

La bellezza si scopre abbracciando un tronco e camminando immersi tra le foglie cadute. E ad ogni abbraccio diventiamo più ricchi.

Con le tasche vuote ma gonfi i polmoni, superiamo la croce della Conocchia e seguiamo la bellezza del crinale verso la cima del Molare.

Eccoci, siamo quasi arrivati, nella bocca carnosa della montagna e nei pressi della gengiva che ci sovrasta dall’alto, mentre noi cerchiamo di fare gli ultimi passi in bilico per uno scatto. E i Lattari hanno “l’oro in bocca”.

Chiamato “Molare” perché dalla forma ce lo ricorda, la cima del Pizzo San Michele – così registrato all’anagrafe – ci porta a 1440 m sull’ampio golfo di Napoli, di cui è la cima più alta.

Siamo letteralmente affacciati sul corpo montuoso della Campania e scrutiamo le sue forme.

Il Matese a nord, i Picentini con il Terminio a ovest e a sud, lontano, gli Alburni con le montagne del Cilento.

A due passi inconfondibile il profilo del Vesuvio e adagiate oltre la terraferma le isole del golfo.

Sotto di noi il mare, e sopra il mare le nuvole. Le nuvole bianche, evanescenti, leggere, poliedriche e mutevoli.

E sopra le nostre teste la libera vista del cielo.

Mangiamo banane e formaggio e restiamo in silenzio. Anche oggi ci siamo smarriti per ritrovarci vivi in Paradiso.

“Perché amo le nuvole? Perché non è possibile salvare una nuvola come si fa con una foglia o un fiore o una pietra. Le nuvole sono adesso.”
– T. Guillemets –