Cilento e filosofia da Perdifumo a Vatolla



Cilento e filosofia

Cilento e filosofia: un binomio chi ci porta oggi lungo un sentiero che racconta il pensiero del filosofo Gianbattista Vico e svela l’incanto di una terra mitica tra Perdifumo e Vatolla

Tra il 1686 e il 1695 il Cilento ospitò il filosofo partenopeo Gianbattista Vico nella piccola Vatolla in un castello del Cilento di bellissimo sito e di perfettissima aria”. Giovane e squattrinato a quel tempo, Vico svolse attività di precettore ai quattro figli del marchese don Domenico Rocca, signore del piccolo borgo, oggi frazione di Perdifumo.

Sulla piccola piazza dove oggi arriviamo noi, si apre l’ingresso del castello che è divenuto un ruvido maniero con ai lati grandi lapidi a richiamo del soggiorno, in cui per nove anni Vico fece “il maggior corso degli studi suoi” usufruendo della grande biblioteca patronale e appagando il suo pensiero tra le letture di Platone e S. Agostino.

cilento e filosofia

Lontano dalle mode filosofiche in voga nel capoluogo napoletano e dal caos culturale della città di origine, in questo luogo agreste che rappresentava per lui l’età dell’Arcadia, Vico “ringraziò quelle selve” cilentane “ove germogliò in lui l’idea della scienza nuova”. Quelle selve sono i paesi del Cis-Alentum – posti di qua dell’Alento – ancora immersi in una vasta area verde formata da castagni, olivi e macchia mediterranea, in cui poesia e filosofia germogliano grazie all’incontro del pensiero con la pura natura circostante.

È in questa natura, che un paio di millenni prima aveva dato i natali a Parmenide di Elea fondatore di tutto il pensiero occidentale, che oggi facciamo la nostra escursione, carichi di viveri e di una dose maggiorata di allegria.

Partiamo da Punta della Carpinina nel paese di Perdifumo, il cui nome “pes de flumine”, ossia “ai piedi del fiume”, fu dato nel Medioevo per via della sua conformazione geografica nei pressi di un torrente.

Posto tra il monte Stella e il mare, che vediamo mano a mano saliamo verso la cresta,  il sentiero in salita è una boccata di aria fresca e una tentazione per le ricercatrici di erbe selvatiche. Borragine, asparagi selvatici e cicoria sono le ghiottonerie che oggi portiamo a casa, come sagge streghette del Medioevo che tramandano un “antico sapere”e ripristinano antiche tradizioni culinarie.

Da sempre custodi dei semi e dei loro segreti, le donne, detentrici di una sapienza legata al culto della Grande Madre, sono le odierne outdoorine che si trasformano in raccoglitrici, medichesse, herbane, pizie, sacerdotesse ostinate e cuoche selvatiche.

Qualche tornante fino a località S. Maria di Perdifumo e poi giù, in discesa, verso Camella, lungo una sterrata che termina ai piedi di un ruscello. La raccolta delle erbe lascia spazio agli antichi fontanili, un altro luogo affascinante e tutto al femminile dove anticamente si andava a fare il bucato.

Ogni villaggio era dotato di una o più fontane pubbliche situate lungo le vie di transito o vicino ad una fonte. Le fontane erano divise in comparti: quello vicino alla sorgente era la fontana d’acqua potabile, poi veniva il lavatoio con i suoi piani inclinati e infine l’abbeveratoio per gli animali.

Immaginando i canti che avranno riempito l’aria su questi sentieri fino agli anni ’60, ci mettiamo a canticchiare anche noi, con dei pezzi forti della lirica che spiccato oggi tra le fila di Outdoor. Qualcuno dice che starnazziamo come le oche abbiamo incontrato per strada, ma lasciamo sempre agli uomini la convinzione errata di dire cose giuste.

Ed eccoci, tra una nota e un passo, alla fine della sterrata che ci porta a Vatolla. Qui, tra il saliscendi dei gradini e nemmeno un bar aperto, arriviamo noi a rompere bruscamente la quietudine dei monti e il silenzio delle case, con banchetti, risate gaie e improvvisi tricchi tracchi ai piedi.

Siamo nel cortile del vecchio palazzo Rocca, oggi denominato Vargas, dove Vico elaborò il suo pensiero e s’innamorò della giovane discepola Giulia, il cui amore non corrisposto diede vita, magari tra una lezione e l’altra, alla canzone “Affetti di un disperato” di ispirazione lucreziana.

Ci adagiamo al sole nel cortile di queste mura, sotto gli alberi di arancio e le scale che fanno da banchetto per un compleanno. Se, secondo il principio vichiano del verum ipsum, la “regola del vero consiste nell’averlo fatto”, secondo il nostro principio la regola della felicità consiste nell’averla vissuta.

Se “l’esperimento solo è verifica della verità”, una giornata all’aria aperta è verifica del godimento.

Se “la conoscenza della realtà richiede la sua analisi pratica e non teorica”, allora la sensazione di pienezza di una giornata come la nostra è accessibile solo a chi la condivide.

Se l’oggetto di studio di Vico era la realtà vera e concreta, il nostro è quello della vita pura che troviamo in mezzo alla natura.

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Nei luoghi fuori porta che attraversiamo lungo i percorsi, creiamo ogni volta una ”dimensione fattiva del benessere”. Un benessere reale, dato non da teorie da bar, congetture astratte frutto della pigrizia e postulati radical-chic non verificabili, ma realizzato da un tempo vissuto, consumato con un’ilarità positiva, una leggerezza dell’anima, una gaiezza che resiste con poco.

Il nostro vagabondare per sentieri è il tempo della scoperta, del nuovo, il tempo dell’imprevedibilità che intesse legami alla fine del giorno.

Così è stata la nostra domenica, ad opera di quella facoltà che Vico chiama ingegno, che è la facoltà propria del conoscere. Un conoscere umano che per Vico ha in sé la presenza della verità divina.

Noi conosciamo luoghi e tempi indimenticabili, conosciamo gli altri e insieme anche noi stessi.

Non abbiamo bisogno di grandi gesta per tornare a casa “sazi di vita”. Bastano un paio di scarponi, un po’ di fiato e gli occhi sbarrati per svelare la bellezza delle cose e aprirsi alla felicità accessibile che da esse ne deriva. E non è retorica, è realtà. Una realtà che nasconde quella verità che noi scopriamo ogni domenica.

Finita la festa, qualcuno si adagia sotto l’ulivo secolare della piazzetta di Vatolla, riconosciuto Monumento nazionale, sotto la cui ombra, secondo la tradizione, Vico amava stendersi e dar vita alle sue idee. Inizia la siesta.

Siamo in pieno momento outdoor e per dirla con Vico siamo nella “età degli dei”, in un Cilento mitico in cui come fanciulli, tra i sensi e la fantasia, ci lasciamo guidare da ciò viviamo.

«Dio mai si allontana dalla nostra presenza, neppure quando erriamo, poiché abbracciamo il falso sotto l’aspetto del vero e i mali sotto l’apparenza dei beni; vediamo le cose finite e ci sentiamo noi stessi finiti, ma ciò dimostra che siamo capaci di pensare l’infinito.»

(Giambattista Vico, De antiquissima)

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