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Ammalarsi di Coronavirus e attraversare l’epopea tra medici, ASL e cure a proprie spese. Ecco la testimonianza di una donna positiva poi guarita

Il Coronavirus ha cambiato la nostra percezione della vita. Ci ha reso fragili, insicuri, spaventati e anche poveri. Una povertà di cultura, di conoscenza del mondo, una povertà di empatia nei confronti di chi si ammala, di chi non ce la fa a superare questo virus. È una povertà tangibile che si rispecchia in tutte le classi di lavoratori che da Marzo soffrono perché vedono i propri guadagni drasticamente diminuire, una povertà che porta alla fame che si trasforma in rabbia per poi esplodere nelle nostre piazze. Una povertà che ancora una volta spacca il nostro tessuto sociale; da una parte chi può permettersi di fare un tampone, di acquistare le medicine, di procurarsi le bombole di ossigeno e di chi invece no. La storia che vi stiamo per raccontare è una storia a lieto fine, ma cosa sarebbe successo il protagonista della storia fosse stato più povero?

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Testimonianze, appelli, video scioccanti arrivano da tutte le parti d’Italia a testimoniare che la situazione nei nostri ospedali è sempre più critica. Troppe i problemi nel nostro sistema sanitario, troppi i disordini, le pratiche, i protocolli non rispettati a discapito dei pazienti. Assistiamo inermi a storie raccapriccianti: chi non riesce a trovare posti negli ospedali, chi  collassa da solo in un bagno dell’ospedale, chi, in coda nella propria auto, chiede aiuto ai pronti soccorsi.

La seconda ondata di coronavirus

Siamo di fronte ad una tragedia nazionale. Perché? Cosa non ha funzionato? Se l’Italia, nella prima ondata di Marzo, è stata guardata con ammirazione dagli altri stati europei per la prontezza con cui si è affrontata la pandemia, oggi sembra difficile dare un encomio a questo paese. Non cadremo nel tranello troppo semplicistico di accusare governo, maggioranza e opposizione. Il problema più grande è radicato nelle viscere di questo paese: la mancata organizzazione.

Essere impreparati a gestire i contagi, i tamponi, i focolai. ASL e medici di base che non collaborano e che spesso danno risposte diverse. E poi le scuole, i trasporti, le mascherine. Abbiamo avuto più di tre mesi per prepararci ad una seconda ondata ma oggi sempre più chiaramente il coronavirus sta mettendo in luce tutta la nostra incompetenza.

La testimonianza

Abbiamo raccolto la testimonianza di una donna che chiameremo Monica – per rispetto della privacy – risultata positiva al Coronavirus a fine Ottobre. Cosa significa ammalarsi di Coronavirus e come si supera la malattia quando si hanno sintomi?

Monica è una donna di 56 anni senza malattie pregresse, ormai questa precisazione sembra diventata una peculiarità su cui non si può sorvolare. Monica inizia a preoccuparsi di aver contratto il coronavirus dopo che sua sorella inizia ad accusare i primi sintomi: febbre, mal di testa e affaticamento. La sorella di Monica, che chiameremo Sandra è una donna sulla sessantina, e dopo aver richiesto il tampone risulta positiva al coronavirus.

Bene. Anzi non benissimo, ma i sintomi sembrano lievi e fortunatamente Sandra conosce degli pneumologi che la rassicurano e le danno subito una cura da effettuare a casa. Ma qual è la prassi da rispettare? Lo abbiamo sentito fino allo sfinimento: se sei positivo non recarti in ospedale, contatta il tuo medico di base; il tuo medico provvederà a contattare l’ASL di riferimento per comunicare la positività e in seguito l’ASL contatterà il positivo per rilevare i contatti diretti. Ed è qui che inizia la maratona di telefonate, ore di attesa e incomprensioni.

La telefonata dell’Asl non arriva mai lasciando nell’incertezza i contatti diretti. Così Monica, che ha due figli, non ce la fa ad aspettare e decide di prenotare tre tamponi a domicilio per lei e i suoi figli. Ricordate la povertà di cui parlavamo prima? Bene, non la dimenticate perché i tamponi si pagano mentre l’ASL da protocollo dovrebbe garantire tamponi gratis ai contatti diretti di un positivo. Ma andiamo avanti. Dal tampone Monica risulta positiva mentre i suoi figli negativi.

Vivere in casa con un positivo

Quando un componente della tua famiglia risulta positivo mentre gli altri sono negativi inizia una convivenza difficile. Quarantena nella propria stanza, mascherine utilizzate costantemente, divisione delle zone della casa, pranzi e cene ad orari diversi. Sicuramente una situazione non piacevole sebbene affrontabile. Quando però poi una madre inizia ad aggravarsi la situazione si complica. Le cure sembrano non funzionare ma Monica non se la sente di lasciare i propri figli e chiede un aiuto al proprio medico di base.

Incongruenza con il medico di base

E qui inizia un’altra lotta. Il medico di base non prescrive nessuna cura a Monica e afferma di non conoscere medicinali che si possano somministrare per contrastare il virus. Ma come è possibile? Abbiamo più volte ripetuto che il problema di questa pandemia è il sovraffollamento degli ospedali che comportano un collasso del nostro sistema sanitario. Se un medico afferma di non conoscere medicinali che possano contrastare la malattia cosa devono fare le migliaia di Monica presenti nel nostro paese? Non possiamo andare negli ospedali ma abbiamo il diritto di curarci a casa.

Monica consigliata dagli stessi pneumologi che hanno in cura sua sorella acquista i propri medicinali pagandoli di tasca propria senza alcuna prescrizione. In soli dieci giorni Monica spende 250 euro di medicinali. Ora chiudiamo gli occhi e proviamo a immaginare cosa sarebbe successo se Monica non avesse avuto la possibilità di acquistare questi medicinali e si fosse recata in ospedale. Ora apriamoli perché Monica sta bene e questa è una storia a lieto fine. Ma purtroppo non tutte le storie terminano così.

La storia ci darà le risposte

La domanda che rimbomba da Nord a Sud è solo una: potevamo fare di più? Solo in futuro quando la pandemia da coronavirus sarà sconfitta potremo fare un punto della situazione e capire dove il nostro sistema si è inceppato. Solo allora potremmo dire che forse si poteva fare di più. E sarà allora che rimpiangeremo questi giorni persi a polemizzare quando sarebbe servito la lo sforzo collettivo per superare una delle più grandi tragedie mai abbattutesi sul nostro paese.

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