Christopher Nolan, Dunkirk: incoronazione o debacle?



Dunkirk

Dunkirk, tra lodi e delusioni…

A nemmeno due mesi dall’uscita nelle sale italiane dell’ultimo nonché attesissimo film del noto e pluripremiato regista Christopher Nolan, il bellico Dunkirk, come in un equilibrato conflitto marino, non si fa che palleggiare giudizi da una parte all’altra del pieno consenso. E le sentenze non variano di poco.

La critica è severa, ma com’è giusto che sia. È giusto aspettarsi il massimo da un eccentrico regista che al massimo ha sempre abituato. C’è chi urla all’Oscar immediato, chi deluso dalla poca consistenza del plot non particolarmente intricato e complesso, lo etichetta come il peggiore della “nolaniana” filmografia.

C’è da dire che il progetto è stato effettivamente ambizioso. Per un regista eccelso nel genere thriller-psicotico, imbattersi letteralmente in un film di guerra è stato compito arduo quasi quanto le gesta che i suoi attori impersonavano. Una pellicola che coerentemente avrebbe dovuto attenersi strettamente alla storia ergo alla realtà dei fatti, appiglio per il quale è stato cavillosamente scrutato ed infine accusato.

Nolan ha saputo però, di contro, annettere ad una piccola e appurata inverosimiglianza dei fatti un intreccio temporale di contorno (come suo solito, d’altro canto, si vedano i precedenti capolavori Inception e Interstellar, nei quali è ancora una volta il concetto lato di TEMPO a farla da padrone), con il solo ma non irrilevante fine di creare una suspense misteriosa che accompagna, stordisce e poi ammalia colui che guarda dall’inizio alla fine del lungometraggio.

Lo fa abilmente, con arguzia, con uno stile che ormai lo contraddistingue, accompagnando una trama, laddove apparentemente semplice, ad una serie di stratagemmi che ne evidenzino il vero fulcro di narrazione, quel significato nascosto che in realtà è il principale tema che viene posto. Sottolineature dettate da effetti speciali epici, inquadrature ipnotiche, soggettive estenuanti, attori superbi e soprattutto musiche da Oscar.

Quello con il tedesco Hans Zimmer, infatti, è un sodalizio ormai affermato e che delude raramente. Questa sua ultima colonna sonora è quanto di più idoneo Nolan potesse chiedere per il film. Un’asfissiante e costante tensione musicale che fa trattenere il fiato e stringere un nodo allo stomaco. Un osservatore, anzi meglio dire ascoltatore del film si sarà immediatamente reso conto di quel lieve quasi impercettibile ticchettio d’orologio che fa da sottofondo per quasi tutta la durata della pellicola.

È anche questo un geniale espediente del compositore, grazie al quale alimenta nel subconscio di ogni spettatore uno stato d’ansia sempre crescente, che forse non sa spiegarsi ma percepisce inevitabilmente, entrando in questo modo, in prima persona nel vivo della battaglia. È a questo ticchettio che poi ritmicamente Zimmer si rifà per l’intera sountrack list del film. Curiosamente, indiscrezioni vogliono che la registrazione dello scandire del tempo dell’orologio sia avvenuta proprio con quello del regista Nolan. Insomma un’intesa consolidata quella dei due. Ma oltre al sapersi affidare ad un genio musicale, Christopher Nolan con Dunkirk ha stupito forse per aver saputo ancora una volta rinnovarsi stilisticamente.

Era conscio del fatto che questo suo ultimo sarebbe stato un film diverso da quelli che gli avevano garantito fans innamorati in tutto il mondo. Ha tralasciato quasi prevalentemente quelli che sono i dialoghi, ridotti all’osso. Voleva che a parlare fossero le inquadrature mute se non per le sopracitate musiche e per i rumori delle granate e dei conflitti navali che catapultassero nei panni dei soldati (uno dei superstiti reali della battaglia di Dunkerque del 1940 che ha assistito alla premiere del film ha dichiarato in un’intervista che le esplosioni del film forse erano più rumorose di quelle reali, cosa che riempito d’orgoglio Nolan).

Voleva che a parlare fossero semplicemente gli occhi del fedelissimo attore Tom Hardy, uno dei protagonisti, che ha dovuto recitare per il 90% del film con la maschera da aviatore che gli lasciava visibili solo gli occhi.

“Ho voluto così perché credo che Tom solo con lo sguardo sia più espressivo di molti altri attori sulla scena odierna”, la spiegazione perentoria del regista. D’altronde aveva già avuto modo di appurarlo in Batman- the Dark Kight rises , nei panni del cattivo Bane, dove ancora una volta erano solo i suoi occhi a recitare. Oltre poi a quelli consolidati come Hardy o anche il misterioso Cillian Murphy, a Dunkirk è da attribuire il debutto come attore di un giovane Harry Styles, cantante dei One Direction, idolo si di milioni di ragazzine, ma anche inviso a molti che, per dirla elegantemente, non collocano la boy band inglese ai vertici delle classifiche musicali. Ennesimo azzardo di Nolan, che a posteriori però non si rivela affatto fallimentare.

Senza spoilerare alcunchè a quei pochi senza un briciolo di curiosità che non sono corsi a vederlo, in fin dei conti forse Nolan ha voluto metaforicamente porre al giudizio del mondo la sua opera così come all’epoca i soldati del suo film furono duramente posti:

Eroi valorosi o sopravvissuti soldati spinti dal salvarsi la pelle?

Solito banale film di guerra ma con un budjet per gli effetti speciali piuttosto elevato o capolavoro che, forse, molti di noi non sono ancora in grado di comprendere?

Ai posteri Academy Awards l’ardua sentenza.

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