Fargo, ovvero “Come tutto ebbe inizio”



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Speciale Fargo – La serie. Record di ascolti in tutto il mondo, trae origine da quello che da molti è considerato come il capolavoro di Joel ed Ethan Coen

Freddo, visionario e terribilmente nichilista, Fargo ha rivoluzionato il noir, affiancando una vena tragicomica al suo imperante cinismo. Ripercorriamo le origini del mito, analizzando un film che nel 1996 fece scalpore ma che vinse ugualmente due meritatissimi oscar.

Diciamolo subito: Fargo è un film duro, freddo, cinico e terribilmente nichilista.

Alcune sue scene, intrise da una vena tragicomica, possono anche strapparci una risata, ma l’intento dei fratelli Coen ai tempi in cui Fargo uscì al cinema, non era certamente quello di fare un film che divertisse, quanto piuttosto mettere in scena, deridendola, la stupidità della violenza contemporanea.

Viviamo in un’epoca difficile, nella quale ci si ammazza per ogni fesseria: religione, denaro, ideologia, potere.

C’è gente che per Dio è disposta a farsi saltare in aria, portandosi dietro quante più vittime possibile; chi per racimolare quattro soldi è disposto a distruggere famiglie intere; chi per comandare ha sufficiente coraggio da uccidere uno dopo l’altro tutti coloro che provano ad opporsi.

Fargo racconta proprio una di queste storie, e mette in scena un fatto di cronaca che all’inizio ci è presentato come realmente accaduto.

fargo Siamo nel 1987, a Brainerd, nel South Dakota, la città del gigante Paul Bunyan e del suo Babe, il toro blu. Bunyan fa parte della tradizione folkloristica americana tramandata oralmente, ed è un taglialegna che, secondo la leggenda, creò il Grand Canyon e le Smoky Mountains.

Qui, a Brainerd, vive Jerry Lundegaard, responsabile vendite di una ricca concessionaria d’auto. Jerry ha un disperato bisogno di denaro liquido, per un motivo che in pratica non ci viene spiegato, ma che lo porta ugualmente ad assoldare due banditi per rapire sua moglie. L’obiettivo di Jerry è quello di chiedere un riscatto milionario al suocero, titolare della concessionaria, e fare a metà con i banditi.

In teoria il colpo riesce, ma i due banditi, interpretati magistralmente da un grandissimo Steve Buscemi e da un altrettanto straordinario Peter Stormare, finiranno per mostrare tutta la loro goffaggine ed incapacità, visto che rimarranno impegolati in una serie di vicende ai limiti del grottesco, le quali coinvolgeranno, inevitabilmente, anche lo stesso Jerry.

Non vi diciamo come finisce il film ed anzi vi invitiamo a cercarlo subito per vederlo, nel caso in cui non l’abbiate ancora fatto. Di certo, quello che possiamo anticiparvi, è che a terra resteranno diverse persone, in uno scenario perennemente coperto dalla neve del Midwest, in quello che è il cuore della provincia americana più selvaggia.

In un’ora e trentanove minuti, questo però lo diciamo, i Coen sono riusciti a compattare tutto, offrendoci uno spaccato della società americana veramente molto realistico, oltre che di un’epoca nella quale il rispetto per il prossimo stava già cominciando a venire drammaticamente meno, prefigurando quella che viviamo oggi in questo 2015 che ormai volge al termine.

I personaggi, forse, ci potranno sembrare un po’ pazzi, ma in effetti ci verrebbe più da dire, facendo il verso a chi lo ha recensito per primo, che quella che vediamo in scena in Fargo non è una vera e propria “pazzia”, quanto piuttosto l’ottusità del provincialismo a stelle e strisce. Chi c’è stato sa bene che gli americani della provincia sono veramente così e di conseguenza apprezzerà molto di più il film, che a tratti riesce a tirare fuori il peggior voyeurismo anche dalla persona più calma e tranquilla di questo mondo.

In effetti, io stesso non posso negare di aver visto questo film, per la prima volta, grazie ad una scena dei Simpson nella quale si parlava di “Steve Buscemi”, di “Fargo” appunto, e di una “tranciatrice”.

Lo credevo un film violento, ideale da vedere solo quando si vuole scaricare un po’ lo stress di una giornata difficile: invece Fargo mette in scena una trama importante, con un messaggio di fondo non indifferente, qualcosa che fa riflettere e che trova in Frances McDormand, la bravissima interprete della poliziotta Marge Gunderson, il messaggero principale.

Incinta, Frances sta per mettere al mondo un bambino in un mondo malato, e la domanda spontanea che viene alla fine del film è: “Ne vale davvero la pena?”, interrogativo che è fortemente nichilista, almeno quanto il film, e che non è sicuramente semplice da rispondere dopo gli intensi 98 minuti della proiezione.

Se intendete guardare la serie Tv, dunque, non perdete la pellicola da cui tutto ebbe inizio: un’infarinatura necessaria per comprendere numerosi aspetti di quello che, lo ripetiamo, è probabilmente il “masterpiece” della carriera cinematografica di Joel ed Ethan Coen. 

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