Fin su’ la vetta del Monte Papa

Ciaspola dopo ciaspola, scivolando sulla neve per arrivare a vedere il mare, aZONzo ci fa muovere le gambe con Outdoor fin su’ la vetta del Monte Papa

Ad ogni escursione un Outdoorino non sa mai quello che lo aspetta. Con gli scarponi da trekking o con le racchette ai piedi, in kayak lungo le coste o sulla sella di una bici, ci approcciamo alla natura come ad una terra “straniera, dove ogni appuntamento diventa una possibilità, piuttosto che una probabilità. E quindi sempre un’avventura.

Scegliere l’Outdoor è possibilità di conoscere l’altro, che sia il nostro compagno di viaggio o la gente del posto, di restare in silenzio lungo tutto il sentiero o di chiacchierare voraci durante il cammino, di raccogliere erbe per poi cucinarle o di stare leggeri e correre avanti. È la possibilità di tornare sani e salvi ma anche il rischio di cadere con qualche “scivolone”.

È la scelta di restare a valle a godersi la sosta, o di fare un altro piccolo sforzo ed arrivare alla vetta.

Ciò che conta, è che in tutti i luoghi che visitiamo lasciamo un po’ di noi e delle nostre storie, e questi stessi luoghi con i quali interagiamo – che siano le cime dei Picentini o le valli del Cilento, il mare dell’Amalfitana o le coste della Sorrentina, i percorsi innevati degli Alburni o quelli soleggiati dei Lattari – si “trattengono” a lungo dentro di noi.

Per questo siamo Outdoorini, perché custodiamo in noi lo spirito della Natura.

Fin su' la vetta del Monte Papa

E con la ricerca del Genius Loci  – un po’ fuori e un po’ dentro di noi – leviamo le gambe questa volta in quel della Basilicata, verso il massiccio montuoso del Sirino, che rappresenta l’estrema propaggine meridionale del Parco nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese.

Obiettivo della nostra escursione: la vetta del Monte Papa. Alto 2005 m in prossimità del mar Tirreno, prima cima tra i 4 figli dell’Appennino Meridionale, dall’aspetto compatto ma rotondo, elegantemente vestito ancora di bianco a ridosso della primavera, primeggia sulle valli tra le acque del Noce e del Calore ad ovest, e tra il Sinni e l’Agri ad est, fungendo da spartiacque.

Con guanti alle mani e ciaspole ai piedi, accompagnati dai bastoncini salvavita e copricapo di lana, mentre sulle nostre coste hanno già scoperto la pancia, noi iniziamo a salire già pensando alla nostra.

Con dentro piatti destinati ad onnivori e vegani, nello zaino un menù che spazia dal riso basmati con bacche di goji alla frittata di maccaruni al profumo di caciocavallo, dalla leggera torta di cioccolato, mandorle e castagne ai peccaminosi estratti di arance e carote crude.

Fin su' la vetta del Monte Papa

Guadagniamo la sponda sinistra del Lago Laudemio – il lago di origine glaciale più meridionale d’Italia – e seguitiamo a ciaspolare sul tracciato della pista da sci. Puntiamo “per adesso” alla fine dell’impianto di risalita. Il paesaggio è bello e gli arredi innevati fanno da cornice.

Ma i primi passi sono sempre allegri.

Dopo il bosco di faggi usciamo allo scoperto. Il lago è alle spalle, attorno spira il vento dell’inverno e le nostre gambe iniziano a farsi già pesanti. Il freddo ci gela il naso.

Camminiamo a testa bassa e senza dirci una parola. Siamo troppo concentrati a perforare tutta questa neve.

Bucano il percorso i pionieri che guidano la fila, e noi dietro a tentare di ripercorrere le stesse tracce.

Mordiamo il manto rosa della neve tutt’intorno, sembra la sabbia di una spiaggia di corallo. Qualcuno dice che sia stata colpa dello scirocco, il vento secco del Nordafrica che provoca tempeste e caldo umido in Europa. E presagi di fatica.

Ruzzoliamo quasi sulle polveri e l’umidità che ci ha lasciato il vento di marzo. Ci aggrappiamo ora al compagno, ora al vuoto dell’aria.

Davanti a noi un muro indolente. La montagna ci abbraccia con la sua vorticosa pendenza. Il tracciato che seguiamo della pista sembra non finire mai.

Fin su' la vetta del Monte Papa

Ma a piccoli passi e con quella “insostenibile lentezza dell’essere” che ci caratterizza, scivolone dopo scivolone, giungiamo alla sella di arrivo, dove termina la seggiovia. Esausti, guardiamo quelle panche vuote e immobili appese al cavo e oramai distrutte da una valanga. Non ci hanno saputo portare. Bisogna sempre fare affidamento sulle proprie gambe.

L’ampia parete del circo glaciale è stata superata. Siamo a quota 1.875 m., ma ancora non ci basta.

Non ci basta perché vogliamo arrivare in vetta. Perché abbiamo ancora forza nelle gambe e voglia di scoprire il panorama dalla cima. Qualcuno si ferma, qualcun altro è già ripartito. C’è chi resta e c’è chi sale, come nella vita.

Piegando a destra, riprendiamo la ripida spalla del monte, disseminata di rocce e neve, puntando al soprastante pratone bianco.

La vetta minore di 2003 m è già visibile, ma noi vogliamo arrivare alla prima delle 3 gobbe sommitali.

Camminiamo sul crinale del Monte Papa. A circa 20 km di distanza dalla costa tirrenica, lo sguardo spazia tra i Picentini e i rilievi del Cilento, tra il Pollino e i Monti di Orsomarso, puntando ora a sud sui boschi di Lagonegro, ora al nord verso la Madonna di Viggiano.

Mare, monti, laghi e boschi. Siamo a 2005 m di altezza, sull’elevazione principale del Massiccio del Sirino. Siamo alla croce.

Fin su' la vetta del Monte Papa

Siamo alla vetta per superare noi stessi. Per ritrovare noi stessi. Ma soprattutto per arricchire noi stessi.

Per acquisire un senso di orientamento che avevamo perso lungo il cammino. Per capire in fondo dove veramente siamo, perché da quassù si ha un senso diverso di sè e del proprio posto nel mondo.

Perché la vetta rende più intensa la nostra esperienza e ci riconcilia con il quotidiano. Crediamo di sapere tutto e ci accorgiamo poi di non aver capito niente.

Siamo parte integrante di un ambiente che si trasforma.

Arriviamo in vetta per rilassarci, riposare, per fermarci finalmente. Perché ora che abbiamo raggiunto l’obiettivo possiamo concedercelo. Era un dovere che noi abbiamo saputo rendere puro piacere.

Raggiungiamo la vetta per scoprire il paesaggio da un’altra prospettiva e capire che ciò che vediamo adesso non è mai uguale a ciò che pensavamo di trovare. Quassù è l’incontro con il paesaggio dall’alto che ci chiede di abbandonare le certezze, dimenticare l’immaginazione e di goderci la realtà.

Scaliamo la vetta per andare di un altro passo aldilà del conosciuto e spalancare così ancora i nostri occhi all’infinito. Camminiamo seguendo il nostro impulso, la nostra spinta ad andare ed il nostro desiderio di arrivare.

Tocchiamo la vetta per lasciarci tutto alle spalle. E per godere di quel momento in cui possiamo girarci e vedere che il peggio è passato e che questo è finalmente un momento migliore di quello di prima.

Conquistiamo la vetta per dire che “ce l’abbiamo fatta” e per insegnare a noi stessi che la mèta è lontana solo prima di arrivare. Arriviamo perché ci fidiamo delle nostre capacità e ci affidiamo alle possibilità che la montagna ci svela, come un destino che segna il suo cammino per poi farci scegliere il modo di tracciarlo.

Arrivare in vetta è la prova che possiamo mettere in atto ciò abbiamo in mente e che la montagna altro non aspetta che tirare fuori il nostro coraggio.

Fin su' la vetta del Monte Papa

Arrivare è esserci. È sentire dentro di sé lo slancio dell’energia profusa, il vigore dello sforzo, la liberazione dalla fatica. La nostra audacia che è venuta fuori.

Siamo qui, con la testa più vicina al cielo e i piedi sulla terra che ci tiene stretti, e attorno a noi il vuoto pieno di vita della natura.

Siamo esuberanti, liberi, leggeri. Siamo momentaneamente anonimi e non c’importa nulla. Siamo finalmente noi, e non ci basta altro.

È la fine di un viaggio e l’inizio di altro. È il termine di una andata ma l’inizio di un altro ritorno. Siamo qui, con gli errori e le conquiste fatte e le rivincite e i traguardi ancora da farsi. Ci aspetta la strada a ritroso e noi ci rimettiamo in gioco.

Riprendiamo dai nostri passi e con ciaspole alla mano. Pieni e rigenerati, avanzeremo verso la rotta del ritorno dando un nuovo senso a ciò che abbiamo già visto.

Ossia, avanzeremo verso la rotta dei pulmini dando un nuovo senso ai nostri panini.

Sperando di essere sempre sulla cresta dell’onda Con Outdoor. E della “montagna”.

“Non misurare mai l’altezza del monte prima d’aver raggiunto la cima. Allora vedrai quanto era basso.”

Dag Hammarskjöld, Tracce di cammino, 1963