Fondo salva-Stati: cos’è, come si accede e cosa prevede la riforma



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immagine da Pixabay

Il fondo salva-Stati sta dividendo il presidente del Consiglio Conte e Matteo Salvini. Ma cos’è e cosa implicherà nel nostro paese?

Conosciuto come fondo salva-Stati, in realtà il suo nome ufficiale è MES (Meccamismo Europeo di Stabilità) e divide i protagonisti della nostra scena politica. Questa riforma effettivamente salverà i paesi in difficoltà o li strangolerà per le pressioni dell’Europa? Ecco tutte le informazioni necessarie.

Fondo salva-Stati: cosa è

Si tratta di un’organizzazione intergovernativa dell’Eurozona istituita nel 2012 con lo scopo di andare in aiuto dei Paesi in difficoltà economica. Come fosse un enorme fondo cassa dove i ricchi mettono di più e i poveri di meno. Questo fondo cassa può essere usufruito dai paesi dell’Europa che si trovano in difficoltà. Un vero e proprio salvadanaio familiare, il classico “porcellino”, che si rompe non per una spesa improvvisa ma perché un Paese si trova indebitato fino al collo.

Il MES ha una dotazione di 80 miliardi di €, il 27% dei quali arrivano dalla Germania che, con ogni probabilità, non utilizzerà mai i propri risparmi e quindi detta le regole per gli altri. Il MES, inoltre, emette titoli con la garanzia degli Stati che ne fanno parte e per questo è in grado di raccogliere sui mercati finanziari fino a 700 miliardi di €.

Come si accede ai fondi del MES

Per accedere ai fondi MES non basta fare richiesta all’Europa come paese in difficoltà ma bisogna firmare diversi accordi e sottostare a delle regole molto rigide. ln primo luogo, i paesi che si accingono a usufruire dei fondi devono accettare la sorveglianza della cosiddetta Troika, comitato costituito da Commissione EuropeaBanca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale. La commissione avrà il compito di vigilare sulla realizzazione di una serie di riforme e cambiamenti nazionali imposti giocoforza dall’Europa.

Si tratta di misure politicamente impopolari come il taglio della spesa pubblica, l’aumento delle tasse, nuovi leggi sul lavoro nazionalizzazione o privatizzazione di enti, pensioni stipendi pubblici e così via. In pratica è l’Europa che decide la linea politica del paese in crisi.

La riforma

La riforma parte da una doppia valenza dei protagonisti della raccolta fondi. Il classico dualismo che da sempre divide il mondo: i ricchi e i poveri. Da una parte i Paesi ricchi chiedono maggiori garanzie sui prestiti e maglie più strette affinché le nazioni meno forti non prendano alla leggera i propri impegni. D’altro canto le nazioni potenzialmente in difficoltà (tra cui l’Italia) vorrebbero che la mano dell’Europa stesse lontana dalla sovranità popolare.

Tra i punti chiave della riforma vi sono i meccanismi di accesso al credito. I paesi più indebitati, tra cui l’Italia, chiedevano che le linee di credito precauzionali del MES venissero concesse anche senza bisogno di sottoscrivere un accordo dettagliato di riforme impopolari.

Nella versione finale questa richiesta è stata sì accolta, ma a patto che i paesi che hanno bisogno di accedervi rispettino i parametri di Maastricht. Una vittoria “dei poveri” che potranno accedere al fondo senza dover perdere la propria sovranità nazionale.

Ma c’è anche la vittoria “dei ricchi” che preoccupa i poveri e che divide il nostro Paese. La riforma cerca di rendere più facile ristrutturare il debito pubblico di un Paese che chiede aiuto al MES. Questo significa che i privati che hanno prestato denaro alle nazioni in crisi perderanno parte del loro investimento, nel momento in cui scatterà un pacchetto di aiuti con un complesso sistema di compravendita di titoli di Stato.

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