Il lavoro nella postmodernità. Nanni Moretti e Paolo Sorrentino, oltre le diversità di esterofilia e di estetica, hanno perseguito una comune ricerca sull’accezione postmoderna della tematica del lavoro. In vista dell’apertura di Cannes, con la triade italiana a rappresentarci, ZonMovie propone questo focus

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Correva l’anno 1978, quando Nanni Moretti ci consegnava il suo Ecce Bombo. Lo scenario era quello di Ostia e della raccolta di cianfrusaglie al grido di “Ecce Bombo!”. Questo film è stato uno dei più nitidi ritratti di una satura Italia, a cui Moretti ci ha poi abituato. Un nostalgico diario di quattro amici ex sessantottini, Michele, Mirko, Vito e Goffredo: il ritratto di gente insoddisfatta, disillusa, residuo spento della fiamma rivoluzionaria, che trascorre le sue vuote giornate cercando di colmarle con logorroiche divagazioni, rifuggendo un senso pratico.

Ecce Bombo: Nanni Moretti a lavoro
Ecce Bombo: Nanni Moretti a lavoro

In Ecce Bombo Michele Apicella è Nanni Moretti, con i suoi modi, le sue manie, la sua forzata antipatia, l’incontenibile polemicità, una spiccata e manifesta asocialità, del tipo “mi si nota più se non vengo”. Michele: << No veramente non… non mi va. Ho anche un mezzo appuntamento al bar con gli altri. Senti, ma che tipo di festa è? Non è che alle dieci state tutti a ballare i girotondi ed io sto buttato in un angolo… no. Ah no, se si balla non vengo. No, allora non vengo. Che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate “Michele vieni di là con noi, dai” ed io “andate, andate, vi raggiungo dopo”. Vengo, ci vediamo là. No, non mi va, non vengo >>.

Michele/Moretti è un uomo che si interroga e interroga sull’Italia, aggiungendo uno dei primi tasselli all’impietoso ritratto, che il regista riserverà all’ignava nazione. Ecce Bombo è uno dei capisaldi della poetica morettina, di quella lucidamente sarcastica analisi dell’incapacità comunicativa, dell’insormontabile contrasto generazionale, di un ineluttabile individualismo, di un senso di straniamento. Sono gli anni del boom, ma il lungimirante Moretti ne scorge già la precarietà, la crisi identitaria, la difficoltà di adattamento di realtà rurali e città, che lentamente vengono cementate per farsi aride metropoli. Ecco che Moretti consegna ad uno dei personaggi, l’uomo del bar, questo monito per lo spettatore italiano: “Gli offri un dito e si pigliano tutto il braccio, questa è la vera verità. Noi italiani stavamo bene a pascolare le pecore. Poi abbiamo voluto fare un paese industriale, paese industriale. Noi italiani siamo fatti così, “rossi”, “neri” alla fine tutti uguali”.

Cheyenne/Sean Penn in This Must Be The Place
Cheyenne/Sean Penn in This Must Be The Place

All’insegna di un’atea cristologia, 33 anni dopo Ecce Bombo, Paolo Sorrentino, fa uscire il suo This Must Be The Place: un film sulla rock star Cheyenne (Sean Penn), celebre negli anni ’80 come leader del gruppo musicale Cheyenne & The Fellows, che in esilio volontario nella sua grande casa di Dublino, dove vive con la moglie Jane, a 50 anni si veste e si trucca come quando saliva sul palco. Nel surreale dialogo tra Cheyenne (Sean Penn) e Se stesso (David Byrne): “Tu hai dei pensieri precisi, delle idee che riesci a realizzare e meravigli la gente con queste idee. E loro dicono una parola enorme, dicono “artista” e hanno ragione! David Byrne è un’artista!”.

This Must Be The Place
This Must Be The Place

Cheyenne commisera se stesso definendosi una comune popstar, che ha raggiunto il successo scrivendo canzoni deprimenti, che hanno anche spinto alla morte due giovani. Per tutti è ancora un’icona, ma della “popstar” in realtà rimane solo un uomo malinconico, ansioso, terribilmente annoiato, succube delle sue manie come del suo passato: in questo Cheyenne e Michele Apicella hanno un rilevane punto di incontro, anche se distanti nello spazio, nel tempo e nel contesto socio-culturale.

Cheyenne nella sua casa ha costruito un muro, che lo distanzia dagli altri, dalla società, dal presente, un uomo che quotidianamente indossa la maschera mentale del passato, così come ne trascina il peso nel carrello della spesa o nel trolley da viaggio, che accompagna ogni suo piccolo spostamento: il peso delle situazioni irrisolte.

Cheyenne è un sublime Sean Penn in bilico tra grottesco e tragico: senza il suo apporto, il film forse non avrebbe avuto la stessa calibratura.

Il testo di This Must Be The Place dei Talking Heads, che dà il titolo al film, è la colonna sonora di un lungo e tautologico viaggio per ri/trovare una parte di sé, perduta negli anni.

Michele Apicella e Cristina parlano di lavoro
Michele Apicella e Cristina parlano di lavoro

Nanni Moretti e Paolo Sorrentino sono registi italiani ed entrambi in concorso a Cannes, insieme a Matteo Garrone. Oltre le diversità di esterofilia e di estetica, in loro c’è una comune ricerca sull’accezione postmoderna della tematica del lavoro, che mostra come con il passare degli anni si sia solo accentuata. A riguardo, in Ecce Bombo emerge l’amara comicità morettiana, affidata al dialogo che Michele instaura con Cristina:

Michele: Senti che lavoro, me n’ero dimenticato, che lavoro fai?

Cristina: Be’, mi interesso di molte cose: cinema, teatro, fotografia, musica, leggo…

Michele: E concretamente?

Cristina: Non so cosa vuoi dire.

Michele: Come non sai, cioè che lavoro fai?

Cristina: Nulla di preciso.

Michele: … Come campi?

Cristina: Mah… te l’ho detto: giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose.

Sean Penn parla di lavoro in un bar
Sean Penn parla di lavoro in un bar

Un po’ di anni dopo in This Must Be the Place, Cheyenne in un bar dice al suo interlocutore: “Ci hai fatto caso che ormai più nessuno lavora, e che tutti invece fanno qualcosa di artistico!”. E quale emblema della firma sorrentiniana, cifra stilistica di un intimo smarrimento, alla domanda sul suo lavoro, Cheyenne risponde: “Cioè in questo momento in particolare? Sto cercando di far fidanzare una ragazza triste con un ragazzo triste, ma è difficile. Ho il sospetto che la tristezza sia poco compatibile con la tristezza”.

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