A tu per tu con la mia inquietudine: 7 libri scialuppa



Inquietudine

Da “Pinocchio” a “Il Barone Rampante” storia dell’inquietudine diventata capolavoro letterario, avamposto del fascino dell’irrisolto

“E tu, perchè leggi?” Me lo ricordo come fosse ieri il giorno in cui una professoressa occhialuta mi pose per la prima volta questa domanda. Nel silenzio dell’aula, mi sembrò di udire uno sparo nell’aria come se qualcuno, come mai prima di allora mi avesse messo davanti ad uno specchio costringendomi a guardare le mie imperfezioni e ad amarle. Ricordo che risposi “Io leggo perchè tuffarmi nelle storie degli altri mi fa sentire meno diverso”. E non c’è verità più grande, anche più ovvia se volete. Chi di noi non ha mai fatto propria l’inquietudine di Cosimo Piovasco di Rondò (protagonista de “Il Barone Rampante” di Italo Calvino), pensando di poter scappare da tutto rifugiandosi su un albero?

Con l’avanzare dell’età adulta, un’altra bruciante consapevolezza ha cominciato ad essere compagna dei miei giorni di narratore compulsivo: “Certo, se solo fossi in grado di capitalizzare tutta l’inquietudine che mi capita di provare, a quest’ora avrei già scritto due o forse tre romanzi. Poi mi dico che mi manca il tempo, la calma necessaria per farmi possedere da una storia e allora mi consolo pensando che andrebbe bene anche un diario: senza troppe disgrazie e con qualche occasione per lasciarsi andare ad una sana, liberatoria risata. So cosa state pensando: “Eccolo qua, il nuovo Gian Burrasca!”. Che Vamba vi perdoni.

La pancia è un cervello col buco

Ho detto una bugia (d’altronde, ho dedicato la mia tesi di triennale a Pinocchio che, a dirla tutta, credo sia un vero e proprio campione di inquietudine): non è vero che non ho tempo o che mi manca la calma necessaria per farmi attraversare dalle storie. Se è per questo, mi lascio trapassare anche troppo. Che sia gioia, dolore, felicità, tristezza, malinconia, tutto mi si annida al centro della pancia. Ma non riguarda solo me: anche le sensazioni degli altri le faccio spesso, troppo spesso mie.

Una cantautrice che conosco ha da poco pubblicato un disco dal titolo emblematico in questo senso: “La pancia è un cervello col buco”. Riuscireste a darle torto? Ma siccome qui non si parla di musica, bensì di libri, se l’ipersensibilità è un vestito che vi sta stretto e vorreste solo imparare a conviverci, vi consiglio di leggere “Mi dicevano che ero troppo sensibile” di Federica Bosco.

Lo considero un vero e proprio colpo di fulmine letterario, un colpo di genio anzi, e lasciatevi dire una cosa: “sentire”, nell’accezione più profonda del termine, non può essere una colpa in un mondo dai sentimenti sotto anestesia.

Gli altri sono le nostre scialuppe

Cos’è allora che può salvarci, che può aiutarci a mettere ordine nei nostri sentimenti che somigliano sempre più spesso a palazzi sotto al giogo del bradisismo. Sarò semplice e banale anche qui: l’incontro. Accogliere gli altri può aprirci spesso strade inaspettate. Pensate per esempio a ciò che succede nel libro “L’eleganza del Riccio” di Muriel Barbery: non è forse vero che l’incontro tra la dodicenne precoce (e aspirante suicida) Paloma e la portinaia Renèe, che si porta dentro il fascino delle cose che non sono ciò che sembrano, ha cambiato irrimediabilmente la vita di entrambe? Con buona pace del finale, certo.

Destinazione fantasia

E quante volte un incontro può svelarci lati di una persona che magari ci ostinavamo a non vedere. E’ successo a me, proprio qualche giorno fa. Eviterò di raccontarvi tutto per non scivolare, più di quanto non abbia già fatto, in un asfissiante autobiografismo, vi basti sapere che ho riconosciuto negli occhi di questa persona la stessa fame di sentimenti, di empatia che da sempre mi caratterizza. Alla fine ci è scappato anche un bel consiglio letterario, che giro anche a voi:“Il battello bianco” dell’autore brasiliano Cingiz Ajtamatov, è la storia del rapporto privilegiato tra un bambino e suo nonno e di come, a volte, per uscire da noi stessi, per guardarci dall’esterno, non serva necessariamente arrampicarsi sugli alberi. Basterebbe lasciarsi trasportare dalla fantasia.

L’ultima storia

Anche per questo mese siamo arrivati all’ultimo consiglio e lo rivolgo esplicitamente alle lettrici, per non essere accusato di incipiente, strabordante maschilismo: “Storie della buonanotte per bambine ribelli” di Francesca Cavallo ed Elena Favilli (anche in edizione illustrata con i disegni di 60 illustratrici provenienti da tutto il mondo) raccoglie le storie di donne straordinarie, illuminate (da Serena Williams a Malala Yousafzai, passando per Rita Levi Montalcini, Frida Kahlo e Michelle Obama), meravigliosamente irrisolte.

 

 

 

 

 

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