Montalbano

Montalbano, macari l’Andreuzzo Camilleri, to’ criatore, s’è addivertito a farti fare l’opira de’ pupi

Gli episodi in cui ti trovi a firriare capitolo appresso a capitolo, infatti, sono addirittura cinque, in questo libro!

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In un vidiri e svidiri ti trovi assugliato, in Giorno di febbre, da una febbre malitta e da un termometro che, malgrado la tambasiata casa casa, non s’arrinesci a trovari.

L’unica è passare alla farmacia di Vigata. Ma qui, Montalbano mio, vai per attrovari un termometro e ti trovi a soccorrere ‘na picciliddra colpita per sbaglio da un colpo di revorbaro.

Manco il tempo di catafotterti a soccorrerla che un barbone, agginucchiatosi allato alla nicareddra, con troppa perizia le dona adenzia.

E a te, Salvo Montalbano, affascinato dalla calma e dalla precisione dei movimenti del barbone, la cosa ti feta d’abbrusciato. Ti avvicini per spiargli qualcosa ma lui t’implora di farlo andare via, che vuole restare per tutti un barbone.

E allora, tra il paro e lo sparo, non ti resta che chiedergli, in assenza di ‘sto fituso di termometro che non s’arrinesci a trovari, quanto, secondo la sua esperienza di medico, puoi avere di febbre.

In Ferito a morte, a causa del nirbuso causatoti da pagine scipite e splapite di un libro che non ti fa pigliare sonno, ti trovi a rispondere all’ennesima telefonata di Catarella. Un usuraio morto ammazzato. La nipote di Gerlando Piccolo che spara il presunto omicida.

Montalbano, la cosa non ti quatra. Te ne dovrebbe fottere picca e nenti di Dindò, il garzone del supermercato che non s’arricampa ma capisci che Dindò, spilungone con il ciriveddro di un picciliddro, ci trasi eccome con la morte dello strozzino.

Ancora una volta, Montalbano mio, c’inzertasti.

In Un cappello pieno di pioggia, per andare a cena da un compagnuzzo delle elementari, di quelli che, all’epoca, ti portavano sulla mala strata ma che adesso è diventato addirittura  proprietario di una catena di negozi fashion (di quelli che, per tre para di quasette, tre cammise, tre mutanni, tre fazzoletti, una cravatta, ti suca una bona metà del tò stipendio di sbirro), sbatti le corna in un cappello che, per lo sdilluvio, è pieno di acqua e di…mistero.

Ne Il quarto segreto, ammucciato dintra a un portone, ti arritrovi a seguire addirittura le mosse di Catarella. E mentre il tuo centralinista camina quatelosamente ranto ranto il muro, un colpo di revorbaro squarcia la notte.

Catarella, con una grossa macchia scura in mezzo al petto, t’assicura che è tutto tiatro.

E’ un sogno, Montalbano, eppure al risveglio, ti scopri (e ti scanti, ah quanto ti scanti!) che pure Catarella strascina la gamma mancina. E poi due, tre, addirittura quattro segreti ti troverai ad avere in comune con il tuo agente.

In La paura di Montalbano, ci arrinescì la tò Livia a portarti in montagna, eh, Salvuzzo? Non lo sapi che tia, appena supra i cinquecento metri di altizza, principi a diventare grevio, pronto ad attaccare turilla a ogni minima occasione?

E con le botte di malinconia che, a questa altizza, puntualmente ti fanno addiventare mutanghero e solitario più del solito, come la mettiamo?

Eppure, anche sopra il cocuzzolo della montagna, ti scanti come un picciliddro di scinniri nelle  profondità dell’abisso umano.

Ne Meglio lo scuro, un parrino di quelli regolari, con abito nivuro e crocifisso, ti viene a scassare i cabasisi (come dice il detto, Salvù? Ah, sì: A monaci e parrini, sintitici a missa e stuccatici li rini) con una storia di cent’anni narrè coperta dal segreto del confessionale.

Ma tu, caro Montalbano, ci sciali, nevvero, a parlare con vecchiareddri che macari s’arricordano il prezzo del burro nel 1912 e si sono scordati, invece, come si chiamano?!

Adesso che ci sei, però, ora che ancora una volta sei arrinisciuto ad addrumare la luce nel buio fitto del mistero…non ti prioccupare, Salvo mio, meglio lasciare lo scuro del sonno e della memoria.

Cosa fatta, capo ha.

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