La Regina degli Scacchi
screenshot da youtube

In attesa di vedere i titoli che domineranno il 2021, si può dire che quello di Beth Harmon è stato uno dei personaggi più complessi e interessanti della precedente annata televisiva

All’inizio nessuno avrebbe potuto prevedere che “La Regina degli scacchi”, disponibile dallo scorso 23 Ottobre su Netflix, sarebbe diventata un fenomeno televisivo. Pubblicità quasi inesistente, se paragonata a quella di altri prodotti della piattaforma ben più blasonati; un esordio passato in sordina e poi, all’improvviso, il boom d’ascolti.

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La serie creata da Scott Frank e Allan Scott, ha catturato l’attenzione di 62 milioni di account, trasformandosi nella miniserie più vista di Netflix. Tutto ciò è stato reso possibile grazie a un continuo e incessante passaparola, accompagnato inevitabilmente da una pioggia di elogi e critiche entusiaste.

La parola scacchi non è mai stata googlata così tanto come nel 2020; il romanzo che ha fornito il soggetto della sceneggiatura è diventato New York Best Seller, dopo anni dalla sua pubblicazione. La maggior parte degli spettatori ha avuto l’impulso di rispolverare o imparare per la prima volta le regole di un gioco, il cui fascino è stato offuscato per troppo tempo.

Non è difficile immaginare il perché di tale successo. In “La regina degli scacchi” tutto funziona alla perfezione: la sceneggiatura, la regia, le interpretazioni, le musiche e i costumi. Ogni sforzo compiuto mira ad incanalare l’attenzione degli spettatori sulla protagonista indiscussa della narrazione: Beth Harmon, interpretata da un indimenticabile Anya Taylor-Joy. Il viso di Anya con i suoi zigomi alti, lo sguardo freddo e magnetico, i grandi occhi profondi e impenetrabili, si presta al piccolo schermo rendendo quello di Beth un personaggio vivo e reale.

La prima parte della miniserie scorre a ritroso, seguendo l’infanzia di questa bambina dai capelli rossi e dallo sguardo profondo e serio. Sin dai primi minuti, Beth appare subito come un personaggio freddo, quasi distaccato. Dopo essere rimasta orfana a seguito di un’incidente stradale in cui la madre muore suicida, viene mandata in un istituto femminile. Non sembra triste e neanche turbata quando viene ritrovata sul luogo dell’incidente o al suo arrivo in orfanotrofio. Annuisce e risponde a monosillabi; dimostra già una straordinaria intelligenza e capacità negli studi, fino a diventare la migliore studentessa dell’istituto. Si dimostra poco socievole con le compagne ad accezione di Jolene, una ragazza nera di qualche anno più grande che sogna di andarsene e di venire adottata da una vera famiglia, pur sapendo che le sue speranze si fanno via via più vane.

Nell’orfanotrofio, Beth Harmon entra in contatto con il mondo degli scacchi, dopo un incontro casuale con il signor Shaibel, il custode dell’istituto, abituato a giocare da solo; e seppur riluttante, quest’ultimo inizia a insegnarle tutti i trucchi e le strategie. In quel seminterrato, partita dopo partita, la ragazza si rivela un vero e proprio prodigio nel gioco

Gli scacchi diventano per Beth Harmon l’unico posto in cui si sente protetta, l’unica cosa che può controllare, una passione totalizzante che nel tempo si trasformerà in ossessione. Non si tratta della vittoria fine a sé stessa; l’ossessione consiste proprio nel riuscire a scoprire tutti i meccanismi e le infinite possibilità che si celano nascoste tra quei quadranti.

Tale gioco da tavolo non è mai stato considerato troppo cinematografico; motivo per cui Scott Frank ha impiegato dieci anni per poter realizzare questo progetto. Ma non vi è nulla di noioso nel modo in cui le partite prendono vita sotto gli occhi di noi spettatori. In quei momenti, grazie all’abilità della regia, l’atmosfera di tensione percepita dai giocatori è palpabile anche attraverso uno schermo.

LA VERA RIVOLUZIONE DE “LA REGINA DEGLI SCACCHI”

La rappresentazione del genio non è mai mancata nella storia del cinema, né in quella televisiva. Si pensi al John Nash di A Beautiful Mind; all’Alan Turing di The Imitation Game; al Will Hunting dell’omonimo film di Gus Van Sant; e poi ancora Sherlock Holmes o Dr House nella televisione. Il prototipo del personaggio tormentato, oscuro e geniale, alienato dalla società poiché quest’ultima si rivela incapace di comprenderne la psicosi e il talento, è sempre stato tipicamente maschile.

D’altro canto, risulta quasi impossibile nominare una pellicola mainstream che veda una donna ritratta come “genio”, specialmente in quegli ambiti che sono stati considerati per uomini da secoli. 

Ma è quì che “La regina degli scacchi” si spinge oltre. Non è solo il racconto inedito di una ragazza dotata di genio e ambizione. Per la prima volta, viene narrata la storia di una figura femminile geniale e competitiva, giunta al limite del baratro. 

CREATIVITÀ E PSICOSI SONO SPESSO COMPAGNE, LO SONO ALTRETTANTO GENIO E PAZZIA

L’alienazione dagli altri, la costante solitudine, la voglia di rivalsa, l’ascesa al successo e la conseguente spirale autodistruttiva causata dalla dipendenza di alcool e pillole; rendono Beth Harmon il primo personaggio femminile che mostra il lato oscuro e dissoluto del genio.

Sin da subito, la ragazza sviluppa una pericolosa dipendenza verso i tranquillanti che si era soliti dare negli anni ‘50 ai bambini degli orfanotrofi per tenerli sotto controllo; a cui in seguito si aggiungerà anche la dipendenza dall’alcool. In loro, Beth vede l’unico artificio che le permettono di creare un suo universo alternativo. Dopo l’assunzione dei farmaci, lei riesce a visualizzare nella sua testa la scacchiera, analizzando in maniera maniacale ogni mossa compiuta durante le partite. Nella sua testa, le pedine degli scacchi si muovono tra quelle 64 caselle a una velocità compulsiva, come se fossero una rappresentazione del ritmo a cui si muove la mente della giovane prodigio. 

Nella miniserie, il tema degli scacchi non è altro che un pretesto. Il fulcro centrale della narrazione è il percorso di crescita di una figura femminile geniale, in un’epoca che non consentiva alle donne nemmeno immaginare di esserlo.

Per questo motivo, non sono pochi coloro che hanno definito Beth come una vera e propria icona femminista. In ogni competizione, la protagonista viene ripresa da lontano, guardata a distanza. La sua corporatura minuta ed esile, si distingue nella stanza rispetto a tutte le altre. Sin da subito, Beth è sempre da sola in stanze affollate da soli uomini.

Eppure, ciò che stupisce di più durante la visione (ed è questa la maggiore critica che le è stata rivolta), è proprio il fatto che questo aspetto non diventa mai il nodo centrale della serie. Beth è una donna in mezzo a tanti uomini, ma questo non la turba. Sconvolge la facilità con cui riesce a farsi strada nel mondo elitario e maschilista degli scacchi. Sembra assurdo e completamente anacronistico pensare che in una società patriarcale come lo poteva essere l’America degli anni ‘60, nessuna critica o ostacolo si presenta lungo la carriera di Beth Harmon.

Inverosimilmente, non si assiste mai a veri e propri episodi di aperto sessismo. La società non le si oppone e lei non vi si deve ribellare, le difficoltà che incontra all’esterno sono minime e lei non deve necessariamente dimostrare qualcosa in quanto donna. Quasi subito, gli avversari riconoscono e accettano Beth come la migliore tra tutti.

Inutile dire che la realtà è sempre stata ben diversa. Gli scacchi non erano considerati un gioco adatto alle donne; ritenuti invece più consoni alla logica fredda, razionale e calcolatrice, che gli stereotipi vogliono tipica delle mente maschile. E ad oggi, questo divario ancora non è stato superato. Le donne che giocano a scacchi sono ancora in minoranza, e le competizioni sono ancora divise tra maschi e femmine.

In “La regina degli scacchi” si mette in scena un racconto femminile utopistico, che soffre di una visione troppo maschile della società. La conferma di ciò sta nel fatto che la maggiore ispirazione di Walter Tevis per il suo romanzo, sono state le esperienze di diversi giocatori dell’epoca. In particolar modo quelle di Bobby Fischer, considerato all’unanimità uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi, il cui nome è ormai scolpito nella leggenda. Entrambi sono stati bambini prodigio, dotati di due personalità nevrotiche ed enigmatiche; entrambi diventano Campioni degli Stati Uniti da adolescenti, per poi volare il Russia e guadagnarsi il titolo di Gran Maestro. La tattica di gioco utilizzata da Bobby è quello che maggiormente ricorda lo stile rapido e aggressivo di Beth.

Ma fu lo stesso Fisher a dichiarare: ”Le donne sono deboli, tutte le donne lo sono; e sono stupide se paragonate agli uomini. Non dovrebbero giocare a scacchi, contro un uomo perdono sempre. Non esiste donna al mondo alla quale non potrei dare un cavallo di vantaggio e vincere ugualmente”.

Questo parla da sé e sorge quindi spontaneo chiedersi come si sarebbe svolta l’intera vicenda, se a scriverla fosse stata una donna. Forse, sarebbe stata mostrata un’ulteriore sfaccettatura di un personaggio di per sè già così complesso.

UNA DUPLICE NARRAZIONE

Allora, che cosa vuole raccontare veramente “La regina degli scacchi”?

Quello di Beth Harmon è prima di tutto uno straordinario percorso di formazione di una ragazzina orfana che riesce ad arrivare in cima al mondo, per poi diventare l’unica vera antagonista di sè stessa. The Queen’s Gambit altro non è, se non una riflessione su che cosa vuol dire essere dotati di un talento speciale e qual è il prezzo da pagare. Il suo percorso di crescita non è uguale a nessun’altra eroina del cinema o della televisione. L’arco narrativo di Beth Harmon ruota continuamente intorno al concetto di autodistruzione. Non vi è nessun cattivo, proprio perché l’unico vero antagonista della storia sono i suoi demoni.

Ma allo stesso tempo, è un racconto personale di una bambina che diventa donna e nel processo scopre e impara ad esserlo. Questioni come l’arrivo del ciclo, la scoperta del piacere sessuale; il bisogno tipico degli adolescenti di sentirsi parte di un gruppo o le prime esperienze con i ragazzi; si affacciano nel corso delle lunghe sessione di partite a scacchi giocate ogni volta con impetuosità travolgente e velocità fulminea, venendo viste da Beth quasi come degli ostacoli. 

Beth Harmon cresce, e le sue pedine crescono con lei. In base alle situazioni che vive, esse assumono funzioni diverse. Ed ecco che allora gli scacchi diventano una via di fuga dalla solitudine, un modo per imporsi nel mondo; strumenti di consolazione o seduzione a seconda del contesto in cui si trova. Nessuno riesce a starle dietro, a seguire il flusso incessante con cui la sua mente lavora. Il senso di abbandono, la rabbia profonda, mista alla sensazione di solitudine e incomprensione, saranno una costante nella vita della giovane scacchista, i mostri invisibili con cui ha dovuto lottare sin da piccola.

Per questo motivo, il finale del “La Regina degli scacchi” non può fare a meno di commuovere. Quando alla fine di una straziante sequenza in cui Beth giunge al culmine della sua parabola autolesionista, ecco che arriva in suo aiuto l’amica dell’orfanotrofio, Jolene. Nelle vesti di una sorta di “Fantasma del Natale Passato”, è lei che guida la ragazza in quello che un tempo era stata la loro casa, anche se nessuna delle due l’abbia mai considerata tale.

Il signor Shaibel è morto. Colui che è stato il suo mentore, colui che l’ha aiutata a scoprire la sua vocazione se n’è andato. In una delle scene più toccanti della miniserie, Beth capisce che, nonostante il trascorrere di tutti quegli anni, il signor Shaibel è rimasto sempre al suo fianco, conservando lettere e fotografie; supportandola da lontano e seguendo la sua carriera tramite dei ritagli di giornale, conservati con cura. 

Il poter riflettere sulle sue radici, permette a Beth di combattere la dipendenza di alcool e pillole, in modo da poter affrontare l’ultimo grande atto della narrazione: la sfida con Vasily Borgov in Russia.

Come accennato prima, l’evento è un chiaro riferimento a Bobby Fischer che, nel 1972, riuscì a togliere il titolo di campione mondiale al russo Boris Spasskij, in quella che sarebbe poi passata alla storia come “partita del secolo”.

Bisogna tenere a mente che nel periodo in cui è ambientata The Queen’s Gambit, gli scacchi rivestivano prima di tutto una funzione politica e ideologica. La sfida tra Stati Uniti e Unione Sovietica, era prima di tutto uno scontro tra due nazioni (le stesse che si erano fronteggiate durante la Guerra Fredda), tra due diverse politiche e due diverse filosofie di pensiero. Con la vittoria di Fischer, per la prima volta, l’America tolse il primato degli scacchi all’ex URSS, che li aveva considerati da sempre di proprio dominio.

Alla fine de “La Regina degli scacchi”, Beth vince. Ma non si tratta solo della vittoria di una mera competizione ( e delle relative implicazioni politiche e ideologiche); così come non si tratta solo di essere riuscita a conquistare il titolo di Gran Maestro degli scacchi. Beth Harmon, prima di tutto, vince la battaglia contro sé stessa. Non è più sola, e lo capisce nel momento in cui accetta l’aiuto e l’amicizia dei ragazzi che le sono sempre stati affianco, che non desiderano nulla in cambio se non assistere da lontano alla sua scalata verso il successo. Beth è libera nel momento in cui riesce a visualizzare la scacchiera nella sua testa, senza l’aiuto di pillole o sostanze. Quando comprende e riconosce che il suo dono innato è parte di lei e nessuno potrà mai toglierlo.

Beth non è più sola, neppure tra gli estranei in cui si imbatte mentre passeggia tra le strade di Mosca nell’ultimo inquadratura. Sono degli anziani vecchietti che passano il loro tempo a giocare a scacchi, senza nessun desiderio di fama e gloria. Subito la riconoscono e la invitano a unirsi a una delle loro partite.

E’ un cerchio che si chiude. Nulla è più uguale a prima; eppure la storia finisce nello stesso identico modo in cui è iniziata: una ragazza seduta davanti a una scacchiera.

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