Il lavoro ai tempi del “Jobs Act”



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I dati sul lavoro diffusi dall’INPS mostrano un aumento dell’occupazione dipendente. Nonostane il “canto di vittoria” di Renzi, la realtà mostra qualcosa di totalmente diverso da quanto diffuso

Nel periodo in cui il lavoro sembra diventato una vera e propria chimera (almeno per coloro che non si ritrovano fra i pochi “eletti” o fortunati che sono riusciti a trovare una vera e propria “sistemazione”), dalla “disastrata” Penisola italica emergono, stranamente, dei dati positivi.

Il lavoro ai tempi del "Jobs Act"
Il Premier Renzi e il Ministro del Lavoro Poletti

Secondo i numeri forniti dall’INPS (guidata da Tito Boeri), tra gennaio e novembre del 2015, l’economia italiana ha creato 356mila nuovi posti di lavoro dipendente in più rispetto a quelli che si erano registrati nello stesso periodo del 2014.

La notizia, che ha fatto esultare non poco il Segretario/Premier Renzi (al grido, o meglio al twitt, #avantitutta), necessita, però, un’analisi approfondita.

Partendo dal dato sconcertante evidenziato dal boom di voucher (la nuova forma di precariato che in alcune zone, come la Sicilia, sfiora il 97%), il lavoro in Italia non solo sembra non aumentare ma, per coloro già inseriti nelle diverse attività, rende ancor più instabili le condizioni degli italiani.

Infatti, nella situazione attuale il binomio “zero diritti/agevolazioni fiscali” prevale nell’incidenza lavorativa nazionale.

La decontribuzioni sui nuovi assunti a tempo indeterminato, che hanno ingolosito fin troppo i “furbetti” di turno (che si sono, come al solito, distinti per i raggiri alla norma fatta), e la possibilità di licenziare in qualsiasi momento hanno praticamente destabilizzato l’intera comparto del lavoro.

Inoltre, l’eliminazione della causale dal contratto di lavoro e la possibilità di demansionamento (cioè la possibilità far passare il lavoratore da una mansione all’altra in caso di riorganizzazione) hanno permesso di modellare e modificare continuamente la “vita lavorativa” di ogni singolo individuo.

A questo si aggiungono anche altre due variabili non trascurabili.

Entrambi i punti si ricollegano alle celebri “liste di disoccupazione” degli uffici del lavoro (i vecchi “uffici di collocamento”) che stravolgono tutti i dati esistenti.

La prima problematica è rappresentata dal “dovere” del lavoratore di dichiarare la propria “disoccupazione” ogni sei mesi e ogniqualvolta si concluda un rapporto (anche se specificato nel contratto nelle mani dell’INPS e dello stesso ufficio del lavoro).

Questa novità, sconosciuta ai più, permette di individuare un numero di gran lunga inferiore di disoccupati e far rientrare la maggior parte degli “sprovveduti” fra gli “scoraggiati” (coloro che, per perdita del lavoro o altri fattori, decidono di non adoperarsi nella ricerca di un “posto”) che non rientrano nel calcolo della disoccupazione.

Strettamente legato a questo punto è quello inerente la circolare ministeriale che permette, attraverso un’autocertificazione, di dichiarare la propria inattività ma non la ricerca del lavoro (la “disoccupazione” in pratica).

Anche in questo caso una buona fetta di soggetti verrà totalmente dirottata fra gli scoraggiati e quindi non ricadrà più nelle rilevazioni sulla disoccupazione.

Nel Paese del “volemose bene”, l’apparente “positività” (attraverso lo stravolgimento della realtà e dei dati) porta a far gioire chi non ha alcun problema e piangere chi continua a girovagare, disperato, nella giungla del lavoro.

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