Nel Paese dei Coppoloni alla ricerca di se stessi



Nel Paese dei Coppoloni di Vinicio Capossela è un film strutturalmente sviscerato da una narrazione quasi picaresca, che amalgama un’atmosfera sospesa e aulicamente agreste a personaggi e luoghi reali

Nel Paese dei Coppoloni è il viaggio narrato e cantato da Vinicio Capossela, in partenza e in arrivo sulla sua trebbiatrice volante. 

Nel Paese dei Coppoloni alla ricerca di se stessiQuello che sembra uno scenario crepuscolare di evocazione celtica, con un visionario credito al Burning Man, è un limitrofo eco di paesaggi ameni, di mulattiere, di case terremotate e abbandonate, di vecchi binari in stazioni deserte, simbolo della moria dei paesi.

Il Paese dei Coppoloni, che dà il titolo al film, è Cairano, in Alta Irpinia. E con Cairano, Calitri – “il paese dell’eco” come definito da Capossela – Conza, Andretta, Morra de Sanctis: terre di lupi ma anche di ancestrali avvoltoi.

In questa forzata modernità, intrisa di storie perdute e dimenticate, Capossela prova a restituirci “una terra segnata dal tempo”oggi in auge perché strumentalizzata politicamente sullo sfondo della crisi, tra i colpi di trivella – in un’Italia “che è stata svuotata, e il cui vuoto l’attualità cerca di riempire in modo violento. La contemporaneità arriva sotto forma di centrali eoliche e discariche”.

Nel Paese dei Coppoloni va a collocarsi tra il genere documentaristico e un’opera musicale, sulle note di una colonna sonora originale tratta dall’album Canzoni della Cupa, la cui uscita è prevista a marzo. Questo film è in parte anche la trasposizione cinematografica dell’omonimo libro uscito lo scorso aprile, in cui Vinicio Capossela è il cantastorie di un mondo dall’atmosfera sospesa, dove voci, volti, miti e canti si fondono con il territorio, dove la realtà sfuma nel sogno.

Regna sovrana la ritualità condivisa e la ri-valorizzazione delle tradizioni, come testimoniato dai video dello Sponz Fest – evento estivo istituito annualmente in Irpinia dallo stesso Capossela.

Nel Paese dei Coppoloni alla ricerca di se stessiIn viaggio su queste rotte antiche, il cantautore diviene un “mietitore di racconti” di contadini, di personaggi locali dai tipici soprannomi, di storie e immagini familiari agli irpini e ai radicati al Sud.

“Con la falce mieto i racconti vostri, li raccolgo in fascine per bruciarli dove non arde più brace, semmai possono ancora scaldare”.

Nel Paese dei Coppoloni  è allo stesso tempo un monito e una guida ancestrale, che sussurra di leggende e miti da ripristinare e tramandare nei luoghi in cui nella notte puoi incontrare il pumminale: il lupo mannaro cantato da Vinicio in una storia di seduzione e demoni.

Un viaggio identitario, musicale e suggestivo, durato 10 anni, ovvero gli anni in cui Vinicio Capossela si è riappropriato delle sue origini lontane, eppure così familiari e vivide.

Nella terra delle mille colpe e di altrettante meraviglie, aleggiano fantasmi nostalgici di radici recondite e di un passato negato. Un passato negato all’infanzia di Capossela, nato in Germania, che egli non riconduce al processo della memoria ma all’iter del riconoscimento, della riappropriazione di sé: “Tutto questo viaggio che ho fatto da viandante è verso un mondo magico e perduto, perché io non ho vissuto qui”.

Nel Paese dei Coppoloni tuona costante l’invocazione autoctona allo straniero: Chi siete? A chi appartenete? Cosa andate cercando?”. E Vinicio, che vive la duplice condizione di nostalgico emigrante e di straniero nella terra degli avi, lo ripete a se stesso come leitmotiv che accompagna l’intero viaggio nella terra-madre. E così il cantore, viandante in cerca di se stesso, ad ogni angolo di questa landa visionaria e desolata, continua a rispondersi: “Vado cercando musiche e canti, i canti che transumano, cambiano lingua e pelle ma non il moto dell’anima che l’ha generati”.

Il suo errare è il cammino di ogni studente fuori sede; è il cammino dell’emigrante di ieri come quello di oggi; è il cammino di fallimento e frustrazione di chi era fuggito via ed è stato costretto a tornare in una terra che ama e odia allo stesso modo; è il cammino di chi questa terra l’ha depredata e oggi fatica ancora a lasciarne andare le macerie; è la storia antica, ormai sulla via dell’estinzione, di montagne e falde incontaminate.

Onirico, forse visionario, il film testimonia un lento cammino, esistenziale e fisico, alla ricerca di sé, dove ogni incontro, con uomini, animali e natura, alimenta la storia di una vita.

“Nella grazia che porta all’inferno, danzeremo bruciando nel vento, fino ad essere polvere e cenere, di ossa senza una fossa”.

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