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Prime pagine del diario di bordo della  73esima Mostra del Cinema di Venezia

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Dopo una pausa di un anno dai festival del cinema, sono tornata nel mio folle e magico mondo per seguire la 73esima Mostra del Cinema di Venezia. Non nascondo di aver sentito nuovamente le farfalle nello stomaco. La sensazione è stata come quella di ritrovare un amante perduto e allo stesso tempo quella di un tossico dipendente che sta cercando di smettere ma non può fare a meno della sua dose. Ho percorso il lungomare Marconi con un’emozione matura, diversa dalla prima volta.

Il sole splendeva forte sui cartelloni pubblicitari e sulla facciata del palazzo del Casinò e la folla fatta di accreditati, pubblico pagante e curiosi riempiva il lungomare Marconi davanti al red carpet. Eccomi, sono tornata, sono di nuovo qui e nella mia mente ripeto queste parole al mio festival:

<<Mi dispiace di essere stata lontana, ma forse era necessario, per cambiare. E oggi mi sento diversa>>.

Vengo subito immersa nel magico mondo Hollywoodiano con il musical La La Land di Damien Chazelle, interpreti Rayan Gosling e Emma Stone. In una Hollywood fuori dal tempo che sembra attraversare l’epoca d’oro del cinema, si consuma la storia d’amore di due qualunque.

<<A boy meet a Girl>> come disse qualcuno, perché le storie sono fatte di incontri. I due protagonisti hanno un sogno, lui vorrebbe aprire un jazz club e lei scrive e vorrebbe diventare attrice. Sogni comuni, di gente comune che diventano straordinari nella magica cornice canora bene eseguita da Goslyng e Stone che riescono sempre a sorprendermi per le loro qualità recitative e ammetto di aver peccato di scetticismo nei loro confronti.

Ma non si può negare che il livello musicale salga notevolmente quando fa il suo ingresso in scena John Legend, fiore all’occhiello di questo musical che ci fa ritornare agli anni ruggenti dei più grandi musical di Broadway prima e di Hollywood poi e che mi ha fatto uscire dalla sala cantando e danzando, sentendomi improvvisamente leggera.

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Ma la vita non è solo musica è anche amore, dramma, desiderio e dolore, in breve un incontro. Questa volta si tratta di quello fra Michael Fassbender e Alicia Vikander, la classica coppia perfetta, da sogno, bravi, belli e innamorati, che interpretano i protagonisti di Light Between Oceans di Derek Cianfrance, un melodramma, in cui i problemi e le passioni di una coppia si consumano all’interno di un faro che divide l’oceano indiano e quello australe in un’isola australiana nel primo dopo guerra.

Lei dopo due aborti sembra non riuscire a dare un figlio a lui. Una vecchia storia, si amano tanto ma qualcosa gli impedisce la piena felicità. L’oceano porterà loro una neonata naufragata con il padre in circostanze sfortunate. Per loro è l’occasione di provare ad essere felici. Sembra quasi un dono del destino. Una prova. Ma c’è una donna, qui interpretata da Rachel Weisz, moglie di quel naufrago morto in mare e madre di quella bambina. I coniugi dovranno ben presto espiare le loro colpe.

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Non vorrei utilizzare la parola “polpettone”, ma purtroppo è di questo che si tratta e sicuramente il film non rende giustizia al romanzo omonimo di M.L. Stedman da cui è tratto. Devo essere davvero cambiata perché di solito il polpettone lo digerisco bene. Sono esperta di polpettoni e alcuni fra i migliori della storia del cinema sono tra i miei film preferiti.

Prendete Via col vento! Credo di essere una delle poche persone in Italia ad aver letto anche il libro, e mi emoziono ogni volta. Eppure in questo caso qualcosa è andato storto, nonostante Fassbender si sia confermato come uno dei migliori attori contemporanei e la Vikander dia ragione all’oscar appena vinto per Danish girl. Non nego tuttavia di aver desiderato di prenderla a schiaffi in diversi momenti della storia. Forse proprio lei ha caricato con troppo melodramma il suo personaggio.
Ma niente paura, c’è sempre di peggio!

Come il film di Wim Wenders, Le beaux jours d’Araujuez, un film statico, che andava perfettamente in una sala teatrale, ma allo stesso tempo denso di significato e di metafore. Wenders si serve di una fotografia 3D e di movimenti di macchina che sopperiscono all’assenza di azione del film. Anche qui ritroviamo il tema dell’incontro. Solo tre personaggi uno scrittore che siede alla macchina da scrivere e racconta di un uomo e una donna (gli altri due personaggi) che si raccontano. Letteralmente si narrano, parlano delle loro vite. Partendo dalle prime esperienze sessuali di lei che probabilmente sono metafore della vita, del sesso e della morte.

Restiamo fermi per un’ora e mezza ad ascoltare un racconto denso e forbito, intervallato dalle espressioni di sofferenza del scrittore che evidentemente cova un dolore forte e ci trasmette tutta la fatica della scrittura che è spesso legata al dolore e alle passioni di chi la pratica. È stato inevitabile per me entrare in empatia sia con lo scrittore, perché quella stessa fatica la conosco bene ma anche con i dubbi e le riflessioni dei personaggi. Alla fine il tiepido vento estivo e il fruscio delle foglie viene interrotto da voci umane di sofferenza e un suono forse di elicotteri che non riesco a non associare ai tempi difficili che stiamo vivendo. Tutto intorno il mondo muore e soffre e il terrorismo continua a mietere vittime e intanto, in un giardino fuori dal tempo, situato guarda caso a Parigi che quest’anno ha sanguinato molto, un uomo e una donna riflettono sul senso della vita.

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Ho detto “c’è di peggio”, vero, ma devo anche dire che questo film ha avuto il lato positivo di farmi riflettere insieme a quei due e non ho potuto fare a mendo di pensare: <<Che diamine state facendo?! Alzatevi e vivete le vostre vite invece di sproloquiare! Parlare troppo fa male, pensare troppo non porta a nulla! E intanto fuori il mondo soffre. Quindi vivete. Vivete più che potete!>>

Dal film di Wenders non posso non associarmi a quello di Denis Villeneuve, Arrival. Un altro film sugli alieni. Personalmente non mi mancava, ma ho voluto vedere se mi sbagliavo. Non posso dire di averlo odiato. Le emozioni che ho provato sono state forti e sono riuscita a provare empatia per i personaggi, ma ho trovato alcune “americanate” insopportabili!

Procediamo con calma: Arrivano gli alieni, Amy Adams una linguista, docente universitaria, viene chiamata dall’esercito e dai servizi segreti con cui ha già lavorato in un caso precedente per decifrare il linguaggio dei nuovi ospiti che si sono insediati in 12 luoghi del mondo (ignorando completamente l’Italia!), e capire il loro scopo. Come da manuale, l’eroina rifiuta la chiamata iniziale per poi essere richiamata al suo destino. E ora viene la prima americanata: Perché andare a prelevare l’esperto del linguaggio di notte, con un elicottero che rulla forte, mentre questa povera donna stava dormendo tranquillamente? Non era possibile andare a bussare alla porta e in un orario più consono? Evidentemente no! E il buon Spielberg che l’americanata l’ha inventata, ce lo ha insegnato tempo fa che un ingresso come questo è più d’effetto.

Come accade sempre nei film sugli alieni, l’elemento alieno non è mai il vero oggetto di riflessione e in questo caso al centro di tutto c’è il linguaggio. La lingua è l’arma più potente che possediamo e attraverso di essa possiamo restare uniti. È fondamentale una riflessione come questa in un tempo in cui siamo sempre più distanti e non siamo in grado di comunicare. Non solo fra una nazione e l’altra ma anche fra un individuo e l’altro, il linguaggio è diventato qualcosa di strumentale, finalizzato a ottenere uno scopo e non un modo per comprenderci davvero. Per comunicare.

Questo è il senso che ho trovato nel film di Villeneuve e infatti la protagonista comprenderà qualcosa di molto importante dai messaggi degli alieni. Il loro non è un attacco alla terra, ma un dono. Con questo nuovo modo di comunicare sarà possibile vedere il tempo nella sua totalità e quindi il futuro.

Non ho potuto fare a meno di associare questo film a Interstellar di Christopher Nolan. Le stesse incertezze nella sceneggiatura, gli stessi temi e la stessa emozione. È inevitabile per me pensare che ci sia un filo rosso che unisce questi film. Oggi più che mai c’è l’esigenza di raccontare il bisogno di comunicare, di restare uniti, la necessità di esprimere le nostre emozioni. Il tempo e la memoria stanno diventando oggetto di riflessione per molti autori.

Inizio e fine sono punti che noi abbiamo stabilito per cercare di dare un ordine alle cose e per orientarci nella vita. Ma le emozioni, i ricordi, le persone restano impressi nel tempo e nell’eternità. Un secondo può essere una vita e una vita può essere un secondo.

Questa è la verità alla quale giunge la protagonista del film. Una Adams favolosa che ha dominato le scene di questa edizione del festival. Un’attrice che ha cominciato in sordina ma che conferma il suo talento ad ogni nuova interpretazione senza essere mai uguale a se stessa.
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Proprio con questa meravigliosa attrice vorrei chiudere questo mio resoconto, sulle prime 48 ore al festival. La Adams è infatti anche protagonista di Nocturnal Animals, film tratto anche questo da un romanzo e diretto da Tom Ford, che racconta di una donna in carriera che vive a Los Angeles con il marito e che un giorno riceve un manoscritto da un suo ex. Questi le dice di aver finalmente scritto qualcosa di buono e ci tiene che lei sia la prima a leggerlo.
Ancora una volta uno scrittore che narra una storia, ma questa volta abbiamo anche la lettrice che in quelle pagine si riconosce, anche se la storia non parla di lei o del suo ex nello specifico.

La trama del romanzo che la protagonista legge, infatti, è una metafora del loro rapporto che le fa mettere in discussione tutta la sua vita.
Il personaggio di Amy Adams è vittima della paura e dell’insicurezza che nella vita, a un certo punto, le fanno fare la scelta sbagliata. È stato un film fondamentale. Partecipavo all’azione e soffrivo insieme ai protagonisti. Mi ha dato delle sensazioni sia mentali che fisiche. Cosa chiedere di meglio a un film?
_DSC5202_R Academy Award nominee Jake Gyllenhaal portrays Tony Hastings in writer/director Tom Ford’s romantic thriller NOCTURNAL ANIMALS, a Universal Pictures International release. Credit: Merrick Morton/Universal Pictures International

Sono giunta al termine di questo primo resoconto veneziano. Mentre iniziavo a scrivere la prima recensione mi sono resa conto che il filo rosso che legava questi primi film era l’incontro. L’incontro inteso come quell’evento che ti cambia la vita e ti fa riflettere sulle cose che contano.

Può essere l’incontro con l’amore della tua vita che ti aiuta a seguire i tuoi sogni, l’incontro con gli alieni che ti aiuta a capire la tua vita e guardare oltre le frontiere oppure l’incontro con la memoria che ti fa analizzare il tuo operato e ti mette in discussione. Oppure l’incontro con Venezia che è sempre un’emozione. Non ho potuto non mettere in evidenza questo legame perché l’ho sentito forte.

Arrivederci alla prossima pagina di questo diario di bordo veneziano.

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