Povertà e vagabondaggio: gli homeless di quartiere



povertà

La povertà è dietro l’angolo di casa, è una piaga del nostro Paese da anni ormai. Camminiamo ad occhi aperti per le strade dei nostri quartieri

Non occorre passeggiare per le strade delle grandi metropoli per accorgerci che il nostro è un Paese in cui la povertà è una condizione comune a molti. Ciò di cui parlo è quella povertà che  porta via il pane da tavola, che porta via le mura di casa, i tetti, trasforma i letti in sacchi a pelo e le tegole in lamiere. Secondo alcune indagini della Caritas, la disoccupazione e le separazioni dal coniuge sarebbero una delle cause principali di vagabondaggio. Perdere da un giorno all’altro lo stipendio o il riferimento della famiglia, conducono in quello stato di abbandono da cui difficilmente si riemerge, soprattutto quando non si è più tanto giovani. Circa il 28% dei senzatetto avrebbe un lavoro, evidentemente non sufficiente per le minime esigenze di un essere umano. Il 18%, invece, non avrebbe alcuna fonte di reddito stando ai suddetti dati. Tra questi homeless ci sono i tanti emigranti, fuggiti dalla guerra e probabilmente da quella fame che hanno ritrovato nel nostro Paese, per loro miraggio di un’oasi di salvezza. Sono moltissime anche le donne straniere che nel nostro Paese non hanno una fissa dimora: rumene, ucraine, bulgare e polacche in particolar modo, che combattono nella speranza che l’Italia possa portare loro la sperata serenità.

povertàPotrei descrivere una giornata comune a molti, in giro tra le strade delle nostre città, per raggiungere l’università, la scuola o il proprio posto di lavoro. Già nella selva umana della metropolitana, dopo aver combattuto per il proprio posto a sedere, la realtà ti sveglia a suon di schiaffi, aprendoti gli occhi sul mondo.

Facendosi faticosamente spazio tra la gente, un uomo sulla quarantina, barba incolta e sguardo malinconico, percorre i vagoni, posando dei bigliettini vicino al finestrino: Ho fame, fate un’offerta per favore. Che Dio vi benedica. Dopo un po’ torna a raccoglierli mestamente, accompagnato dal tintinnio di quei pochi spiccioli che ha raccolto nella mano. Ognuno di noi pensa che forse non è un vero povero, approfitta solo della situazione e così si giustifica alla propria coscienza, mentre chi ha lasciato qualche moneta, si inganna di aver fatto l’opera di carità della giornata.

Poco dopo arriva un ragazzino. Quasi scompare tra la folla, non è italiano, si vede dalla carnagione. Porta con sé il suo unico amico: il  violino. Quello strumento è vecchissimo, sembra che le corde si stiano per spezzare da un momento all’altro, ma quando i crini dell’archetto si posano su di esse, ti accorgi che è ancora in grado di suonare. Per quanto abile sia il fanciullo e tu possa pensare in te stesso che non sarebbe la metro il palcoscenico adatto a lui, la melodia si perde nel chiacchiericcio confuso della folla.

Arrivati alla propria fermata,  dopo una rampa di scale incontri il primo venditore ambulante di giornata. Lui si che è italiano, ha proprio l’accento delle tue parti. Ha un passeggino su cui ha montato con perizia oggetti di ogni genere: ombrelli, fazzoletti, radioline, accendini, penne, tutto ciò che un pendolare incallito avrebbe potuto malauguratamente dimenticare a casa.

Superato anche lui ti aspetta qualche metro più avanti il tuo “fratello”. Sì perché lui ti chiama così, mentre stende il berretto nella speranza di avere qualche moneta. Lo vedi tutti i giorni e tutti i giorni ti chiama in quel modo. Finisci per volergli bene, gli compri qualcosa da mangiare quando non vai di fretta. Lui ti ringrazia, ma non lo hai tolto dal marciapiede, non puoi, non tu, non hai potere.

Quando hai quasi raggiunto la tua meta c’è una donna. Pesca disperatamente nel bidone dei rifiuti, ci entra dentro nella speranza di trovare…non si sa cosa cerchino esattamente: vestiti? Forse quelli o chi lo sa, ma insieme a quei rifiuti sta calpestando la propria dignità.

Questa è una giornata che tanti di noi vivono ed è il modo più semplice per capire il fenomenico inquietante che ci circonda. Chi guarda la fame e la povertà all’orizzonte spesso non si accorge che la può trovare sotto il proprio naso. Potremmo leggere i dati ISTAT per farci un’idea del fenomeno: circa 50.000 i senzatetto, circa il 13% delle nostre famiglie vive condizioni di povertà relativa e circa l’8% di povertà assoluta.

Povertà relativa significa che rispetto alla media del Paese quella famiglia vive in condizioni peggiori, ma a quella famiglia poco importa come viene definita la loro condizione se non trovano l’aiuto di nessuno. La povertà assoluta invece è quella che impedisce, a chi ne è vittima, di usufruire anche dei beni di prima necessità. Anche in questo caso poco conta la definizione. Non mi stanco di ripetere che la povertà è ciò che toglie la luce dagli occhi di gente comune che cammina accanto a noi, il cui unico desiderio è tornare a vivere una vita “normale”, dove la normalità è la dignità che non dovrebbe essere sottratta a nessun essere umano.

Leggi anche