questione palestinese striscia di gaza

Si riaccende la questione palestinese: la tensione si sposta da Gerusalemme a Gaza ma il fronte interno è il vero scenario di guerra

Scoppia la bomba ad orologeria tra Israele e Palestina, dal 10 maggio la situazione è precipitata in un’escalation di violenze terribili. Razzi e raid da Israele hanno causato, secondo l’ultimo bilancio 53 morti e 350 feriti palestinesi. Una tensione così forte non si vedeva dal 2014. Precipita così la questione palestinese, ma dietro all’attuale conflitto c’è qualcosa di più. Iniziamo a vedere le cause che hanno portato ai bombardamenti degli ultimi giorni.

Potrebbe interessarti:

Un Ramadan infuocato

Essendo territorio misto le aree di Israele e della Palestina vedono la convivenza di due etnie molto distanti: gli arabi da una parte e gli ebrei dall’altra, si tratta però di una convivenza tutt’altro che pacifica. Sin dall’occupazione israeliana ci sono stati infatti dissapori tra le due religioni predominanti. Ma con l’inizio del Ramadan a Gerusalemme la situazione è precipitata. Nei territori sotto il controllo diretto di Israele infatti è presente il terzo luogo sacro dell’Islam la Moschea di Al-Aqsa, centro di ritiro dove tutti i musulmani si recano per pregare. All’inizio di questo mese però Israele ha deciso di impedire ai fedeli musulmani di riunirsi di fronte alle porte di Damasco facendo così precipitare la situazione.

Le tensioni verificatesi sia all’inizio che alla fine del Ramadan però non esauriscono la spiegazione del perché la questione palestinese è tornata ad infuocarsi così in fretta, occorre fare infatti un altro passo indietro e arrivare all’inizio di aprile 2021. Il mese scorso infatti per le strade dei territori palestinesi c’è stata una marcia dell’organizzazione Lehava, dell’estrema destra israeliana, annessa al tentativo dei coloni di espropriare alcune case nel quartiere palestinese di Sheikh Jarrah. Tensioni di questo tipo sono all’ordine del giorno. Ogni anno infatti sono migliaia i palestinesi che si vedono costretti a scappare perché le proprie case hanno ceduto sotto il peso dei raid israeliani.

Elezioni palestinesi ed elezioni israeliane: nessun vincitore, tutti sconfitti

Se da un lato però la Palestina è un Paese debole, perché sopraffatto dagli abusi degli agenti israeliani, anche Israele non si dimostra all’altezza della situazione. Le scorse elezioni israeliane hanno segnato una pesante sconfitta non solo per il presidente uscente Netanyahu ma per l’intera governance israeliana. I risultati infatti non sono stati per niente soddisfacenti in quanto non hanno delineato una chiara maggioranza. Israele si trova così con un esecutivo bloccato e con tante richieste a cui far fronte. In questo momento più che mai per Netanyahu diventa importante la comunicazione con i partiti filo-arabi e i partiti di destra, saranno infatti i leader dei partiti nazionalistici a decretare la linea del nuovo governo.

A giocare un ruolo fondamentale nella questione non sono solo le elezioni israeliane, nei mesi scorsi infatti erano state promesse libere elezioni palestinesi in programma per luglio. Ma il 29 aprile Israele decide di cancellare (non si è parlato di rinvio) la possibilità dei palestinesi di recarsi alle urne. La cancellazione avviene dopo che le autorità israeliane non si sono espresse nè a favore nè contro la possibilità di voto dei palestinesi a Gerusalemme Est.

Gerusalemme Est: un conflitto nel conflitto

Sono circa 300.000 i palestinesi che vivono oltre la cosiddetta “Linea Verde”, cioè la linea dell’armistizio. Gerusalemme Est è un territorio controverso, da una parte è considerato come territorio palestinese dalla risoluzione 242 delle Nazioni Unite ma annesso comunque da Israele dopo la guerra del 1967. La tutela dei diritti umani a Gerusalemme Est è aberrante, glia abitanti lamentano continui soprusi e violenze. Molte volte nemmeno i diritti di proprietà non vengono fatti valere, è quello che è successo pochi giorni fa nel quartiere storico di Sheikh Jarrah attaccato da agenti israeliani che hanno raso al suolo molteplici abitazioni.

Il fronte interno, lo scenario delle tensioni

La questione palestinese negli ultimi giorni ha generato violenze combattute non solo sul fronte militare ma ha decretato soprattutto un’aumento delle tensioni nel cosiddetto “fronte interno”. Ad oggi il territorio vanta una popolazione per il 74% ebraica e per il restante 26% araba. La popolazione araba attualmente vive in città sparse per Israele come i Lod, Acri, Bat Yam e Tiberiade. E’ in queste citta che le tensioni hanno dato vita violenze inter-etniche, la situazione è precipitata csì tanto che il fronte di guerra sembra essersi spostato dalla Striscia di Gaza al cuore delle città.

Uno degli episodi più violenti è avvenuto a Bat Yam, un quartiere costiero nel sud di Tel Aviv, dove decine di estremisti ebrei hanno preso a pugni e a calci un uomo che avevano identificato come arabo, e hanno continuato a picchiarlo anche quando l’uomo è rimasto inerme a terra. La situazione è precipitata anche a Lod dove un’escalation di violenze e incendi appiccati a negozi hanno costretto Israele a dichiarare lo stato di emergenza con annesso coprifuoco alle 13:00, una situazione del genere non si verificava dal 1960.

Pace ancora lontana, si cerca lo status quo

Le tattiche messe in atto rispettivamente da Hamas, l’organizzazione paramilitare palestinese, e Israele non sembrano mirare ad un pace di lungo termine. Nella regione infatti non c’è mai stato un lungo periodo di equilibrio, ma solo momenti di tensioni latenti alternati a momenti dove la tensione è stata più elevata. Tre sono gli obiettivi a cui attualmente punta Hamas:

  • Gerusalemme;
  • Gaza;
  • Palestina occupata.

L’intento di Hamas è soprattutto quello di colpire il fronte interno di Israele per farlo cedere sotto il profilo politico e psicologico, approfittando dunque della temporanea situazione di caos.

Dall’altro lato nemmeno Israele punta a distruggere e sconfiggere la Palestina. Netanyahu infatti ha lanciato la cosiddetta “Campagna guardiani delle mura” per ristabilire una deterrenza tra Israele e Plaestina.

Comunità internazionale tra silenzio e alleanze

La reazione di gran parte della comunità internazionale sembra decretare il fallimento degli accordi di Abramo, alla causa palestinese infatti hanno aderito solo Emirati Arabi, Quatar e Arabia Saudita. Importanti per Hamas e i palestinesi sono state le parole pronunciate da Erdogan che ha definito in un’intervista Israele uno stato illegittimo e terrorista. E’ rimasto invece in silenzio l’Egitto, mediatore storico tra i Israele e la Palestina.

Tacciono anche gli Usa che da lungo tempo appoggiano Israele. Negli ultimi giorni infatti il Presidente Biden è stato accusato di immobilismo. Ma il modus operando degli Stati Uniti è storicamente lo stesso, gli Usa infatti non sembrano interessati alla protezione politica e militare di Israele perché non possono svolgere un vero e proprio ruolo di mediatore in quanto non intrattengono contatti con l’Organizzazione palestinese.

Perché Onu non interviene?

Tra tutti gli attori internazionali l’Organizzazione delle Nazioni Unite è quella che ha le mani legate, solo il Consiglio di sicurezza infatti potrebbe sciogliere il nodo problematico ma non può. All’interno del consiglio infatti ci sono gli Stati Uniti con il loro diritto di veto che ostacolano qualsiasi atto. L’unica presa di posizione è stata presa dall’Assemblea Generale che ha duramente condannato Israele. In questo senso il ruolo dell’Onu è destinato ad essere solo quello di un mero mediatore diplomatico senza alcun potere decisionale.

Letture Consigliate