Renzi e Poletti, come distruggere cultura ed istruzione in un solo colpo



Renzi e Poletti, dopo aver totalmente rivoluzionato l’ambito scolastico e lavorativo (con tragiche conseguenze), inveiscono anche sulla cultura. I 500 euro ai diciottenni e l’invito a concludere prima gli studi (anche se con un voto basso) chiariscono quale sia il modello che i due cercano di far emergere in Italia

Dopo l’approvazione degli ormai noti provvedimenti sulla scuola e sul lavoro, la nostra Penisola, parafrasando il celebre romanzo di Cormac McCarthy, conferma la sua natura di “Un paese per vecchi”. Infatti, all’attuale maggioranza di governo non è bastato distruggere la formazione ed il futuro di intere generazioni ma ci si è anche autoattribuiti la facoltà di demolire l’intero comparto culturale nostrano. Come accaduto diverse volte, anche in questo caso i protagonisti delle varie vicende sono il Renzi e PolettiMinistro del Lavoro.

Renzi e Poletti, agendo ed esternando il proprio pensiero con una facilità tale da far comprendere le loro competenze nell’ambito, hanno, in pochi giorni, raggiunto l’obiettivo della maggior parte dei “governanti”: svilire la cultura nazionale tale da abbassare il livello della stessa attraverso la nuova “visione del mondo”.

Le questioni, separate per ragioni temporali e legislative, nascono dalla necessità, da sempre esternata da Renzi e Poletti, di “agire” (anche senza una reale necessità) ,seppur nel modo peggiore, in tutti gli ambiti presenti.

Il primo caso è quello inerente la legge di stabilità e l’introduzione del bonus di 500 euro (per le spese culturali) ai futuri diciottenni.

La decisione, che ricorda tanto la “paghetta” di 80 euro dello scorso anno prima delle elezioni europee, rimarca da un lato la necessità di recuperare un “elettorato giovane” (partendo, appunto, da coloro che ancora non hanno compiuto la maggiore età e che quindi sono maggiormente “influenzabili) e, allo stesso tempo, affermare di aver contribuito a risolevvare la “cultura nostrana”.

In questo caso, però, sorge una domanda spontanea: partendo dal presupposto che la cultura dovrebbe essere accessibile a tutti (quindi, se non proprio gratuita, almeno a basso costo), non era meglio destinare all’intero settore dei fondi per sostenersi e svilupparsi invece di “sperperarli” in questo modo?

L’altro colpo basso è arrivato dal Ministro del Lavoro Giuliano Poletti: il titolare di uno dei dicasteri maggiormente chiacchierati durante l’anno, dopo le esternazioni sul “lavoro obbligatorio (e gratuito) estivo per gli studenti” , è caduto nell’ennesima “gaffe” istituzionale.

Durante la convention di apertura di Job&Orienta, Poletti ha dichiarato:

«Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21 … I nostri giovani

Renzi e Poletti
Ministro Poletti

arrivano al mercato del lavoro in gravissimo ritardo. Quasi tutti quelli che incontro mi dicono che si trovano a competere con ragazzi di altre nazioni che hanno sei anni meno di loro e fare la gara con chi ha sei anni di tempo in più diventa durissimo»

Svilendo, ancora una volta, l’attività lavorativa, ridotta non solo a chimera per i più ma anche a “metà unica ed ultima” per l’uomo (per la serie “produci, consuma, crepa”), il Ministro da un lato inveisce su un settore (quello universitario) maltrattato e sbeffeggiato dall’attuale maggioranza (soprattutto con l’ultima assegnazione di 25 milioni di euro alle scuole paritarie) e dall’altro cancella, in un colpo solo, tutti i discorsi sulla meritocrazia fatti fino ad ora.

Al pari della problematica precedente, anche questa volta la “domanda sorge spontanea”: ma non sarebbe stato meglio finanziare le università pubbliche (ridotte ad “esamifici” che puntano a “sfornare” laureati più che a formare uomini e donne) e risolvere i tanti problemi interni alle stesse (partendo dalla “didattica” e dalla “centralità dello studente”) piuttosto che criticare indistintamente tutti?

La risposte alle domande tarderanno sicuramente ad arrivare e la coppia formata da Renzi e Poletti tenderà, dati i presupposti di base, sempre più a far prevalere questo nuovo modello nella nostra cara, ma “stanca”, Italia.

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