Selma “La strada per la libertà”, la battaglia del dottor King



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Selma “La strada per la libertà” porta sul grande schermo una pagina controversa della storia americana: la battaglia per ottenere il Voting Rights Act

Selma – “La strada per la libertà” è un film del 2014 diretto da Ava DuVernay. La pellicola racconta un breve frammento della lunga storia di militanza che valse a Martin Luther King il Nobel per la pace nel’64 e la morte violenta nel’68.

 

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Nella primavera del 1965 un gruppo di coraggiosi militanti, guidati da King, tentò per tre volte di portare a termine una marcia pacifica in Alabama, da Selma a Montgomery, con l’obiettivo di ottenere l’estensione del diritto al voto ai cittadini afroamericani. Una legge imperfetta che concedeva tale diritto esisteva, ma di fatto, nella pratica  quotidiana, non veniva garantita.

“È nostra intenzione entrare nell’ufficio elettorale, è nostro diritto farlo. Noi passeremo dall’ingresso principale e aspetteremo qui. La segregazione è illegale in questo paese”

A Selma, roccaforte del razzismo, i soprusi a spese dei neri erano all’ordine del giorno; Montgomery era la sede del reazionario governatore Wallace, descritto come un borghese nutrito di odio razziale. La richiesta pressante di una modifica legislativa da parte di Luther King al presidente Lyndon Johnson non ebbe risultati immediati. Si dovette attendere il blocco violento  della marcia da parte della polizia locale e la trasmissione in diretta della  repressione da parte dei media, per scuotere l’opinione pubblica e far si che il presidente approvasse velocemente il Voting Right Act. Il biopic di Ava DuVernay, regista proveniente dal cinema indipendente,  fornisce un ritratto a tutto tondo della grandezza di un uomo sottraendolo alle derive agiografiche: al leader viene restituita la sua dimensione umana, oltre che politica, senza nulla togliere alla forze delle sue idee e delle sue azioni. Ai momenti di vita pubblica si affiancano momenti della vita privata caratterizzata da dubbi, cedimenti e dinamiche tormentate, su tutte quella con la moglie, una donna consapevole di venire tradita.

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Il girato sottolinea la capacità di King di non accontentarsi dei successi politici temporanei  non perdendo di vista la meta finale ovvero l’autentica tutela del suo popolo; ciò distingue, evidentemente, un leader da un politicante. La regista mira al realismo, non a caso ha girato in Alabama sui veri luoghi della vicenda, per andare oltre il mito e ritrovare gli uomini e la storia. Uno dei limiti che è stato individuato dalla critica consiste nell’uso del ralenti nelle scene di violenza: nelle riprese in primo piano al rallentatore il dolore rischia di non sembrare più qualcosa di reale provato da individui concreti, ma da martiri che appartengono alla leggenda e non alla storia. L’interpretazione di David Oyelowo, inspiegabilmente privata di una candidatura all’Oscar, è misurata ed efficace e mai sopra le righe. L’Academy Award conferisce al film solo due nomination all’Oscar, Miglior film e Miglior canzone. Uno dei motivi delle pochissime nomination secondo alcuni risiede nel ritratto, accolto non senza polemiche dalla stampa statunitense, del presidente Johnson che non risponde immediatamente alle richieste di giustizia di King, ma cerca di contrastarlo attraverso il discutibile operato dell’Fbi.

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