La recensione de “L’uomo di neve – The snowman” di Tomas Alfredson tratto dal bestseller di Jo Nesbo

Ad Oslo cade la prima neve dell’anno e come sta succedendo nello stesso periodo da molti anni una donna sposata e con un figlio scompare. Harry Hole viene incaricato delle indagini perché si sospetta la presenza di un serial killer. La presenza di pupazzi di neve che indicano le case delle donne scomparse è però più frequente rispetto agli ultimi venti anni. E’ L’uomo di neve a mietere le sue vittime.

Dopo esser passato per le mani di Martin Scorsese e di aver sedotto un regista, Morten Tyldum, che di Jo Nesbo aveva già riscritto e diretto “Il cacciatore di teste”, “L’uomo di neve” (“The Snowman”) è arrivato nelle mani di Tomas Alfredson, già regista di due grandi film dalle atmosfere cupe e cospirative, “Lasciami entrare” (2008) e quel meno remoto “La talpa” (2012).

Si capisce fin da subito che il cambio di scrittura e la gestazione difficile di un bestseller così importante (forse non il migliore della serie a cui appartiene con protagonista Harry Hole, ma comunque pensato da uno degli scrittori di gialli scandinavi più favoriti e venduti dopo la morte di Stieg Larsson di “Uomini che odiano le donne”), non abbiano garantito al film una sicurezza di fondo e una completezza che l’avrebbero reso un capolavoro del thriller dai tempi di “Gone Girl – L’amore bugiardo” o quanto meno vicino all’impianto registico più che al plot di “Millenium – Uomini che odiano le donne”, entrambi di David Fincher.

Tomas Alfredson sarebbe dovuta essere la scelta giusta fin dall’inizio, perché il giallo scandinavo, lo si capisce fin da subito (soprattutto quello norvegese ambientato ad Oslo) bisogna farlo dirigere a chi di quei posti e di quei costumi ne sa qualcosa, o perché gli ha vissuti o perché ha un occhio virato più all’antropologia che all’estetica del thriller americano. Perché se è vero che Nesbo di norvegese ha ben poco per quanto si possa immaginare, luoghi e atmosfere, è anche vero che Nesbo vive dell’escalation, della tensione, dell’astuzia, dell’artificiosità e della detective story più vicina all’America de “Il lungo addio” di Chandler.

Si direbbe, addirittura, più vicino ad un metodologia e a dei processi che stonano con gli edifici diroccati, ghiacciati e post industriali tutti scandinavi. Allora sì, Alfredson era ed è stato quello giusto, perché da grande conoscitore degli spazi che è (come lo dimostravano anche le opere passate), con una grande sensibilità per il vestiario, per i fumi, i respiri congelati dettati dalla fotografia tattile e per l’oggettistica vintage, ribalta non solo il “metodo americano” di fare gialli, ma anche una scrittura e una narrazione che pur rimanendo tesa, lo è in modo rarefatto e appiattito, sviscerando un disagio e un malessere tutti del thriller d’autore.

Alfredson non solo parla di questo, ma come già fatto nella sua filmografia e soprattutto nell’acclamato “La Talpa” parla di uomini appassionati ma in stallo, di uomini vittime di tradimenti, o traditi da loro stessi, impotenti e sterili di fronte a responsabilità e ad amori di matrice romantica ottocentesca.

Il regista di “The Snowman” non solo trova cerca le verità nei rapporti affettivi, non solo gioca con il thriller americano quando e come vuole lui, con fuggenti riprese dall’alto e di treni mai in tempo e sempre all’ultimo minuto. Non si risparmia macchine che corrono sfrenate, ma gioca anche con la colonna sonora esaltata del giallo convenzionale americano che stona con il tempo del montaggio e delle scenografie predilette al regista rompendo definitivamente con uno sberleffo le atmosfere in equilibro tra un chicco di caffè e un chicco di neve, fingendosi regista di un cinema spettacolare senza metafore.

L’uomo di neve però le metafore le ha, senza essere mai moralista, ma rimanendo sempre concentrato sul suo discorso primario, buffoneggiando anche una regia televisiva di cui forse ne è realmente vittima per colpa della sua sofferta gestazione.
Di metafore ne è la sequenza dello scontro finale anti cinematografica e anti spettacolare un po’ come la morte sopraggiunta accidentalmente del protagonista di “Animali notturni” di Tom Ford: non si cerca il vero scontro e forse il vero colpevole non era così difficile da indovinare, ma le cose vengono da sé. Gli uomini da carnefici diventano vittime di loro stessi, si perde senza strategie più si è lontani dalla verità, anzi, si muore!

Nell’ultima sequenza la vera metafora ( come già fatto ne “La Talpa”) il ritorno al lavoro e a un nuovo caso, nascondendo un’ironia irrisoria e un ghigno sornione e cadenzato che guarda alla quotidianità mefistofelica e al continuo circolo vizioso del Male.