Statua del Nilo

La Statua del Nilo, il “Corpo di Napoli” come eterno simbolo di rinascita e speranza

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Statua del Nilo. Chiunque si sia mai recato nel centro storico di Napoli non può non essersi imbattuto nella statua del Corpo di Napoli, una statua che, di solito, fra quel fitto dedalo di stradine costellate da innumerevoli Chiese, passa quasi inosservata. Vi è, infatti, una bellezza talmente grande e diffusa da costringerci ad ignorare, o meglio, a ridimensionare l’importanza di decorazioni architettoniche e scultoree che, pure, altrove varrebbero da sole la compilazione di molti depliants turistici. Quella intensa ubriacatura di suoni, di odori e di colori così suggestivi ed attraenti, senza contare quella tale abbondanza di opere artistiche, dall’epoca greca degli stessi decumani al più recente neoclassicismo di Villa Floridiana, ci fanno sembrare irrisorie opere che non lo sono affatto.

Statua del Nilo. Schiere di turisti, spesso diretti alla Cappella Sansevero, s’imbattono in modo del tutto casuale in questa statua e, ignorandone la storia, continuano il loro frettoloso girovagare. Eppure, la statua del dio Nilo costituisce, senza ombra di dubbio, una delle opere scultoree più rappresentative della nostra  regione, non tanto per la sua austera bellezza, minata dal tempo e più volte rimaneggiata, bellezza che pure non è irrilevante, quanto, piuttosto, per la sua storia lunga e travagliata, una storia simbolo di incontri culturali, di rispetto per le culture altre, di accoglienza e di eterna rinascita.

Statua del Nilo. L’origine di questa statua risale alla cultura ellenistica, tra il II e il III secolo d. C.. Nella Napoli greco-romana si stabilirono numerose genti provenienti dall’Egitto, in particolare da Alessandria. Le colonie di egiziani, soprannominate “nilesi”, decisero di erigere una statua in onore del Nilo, simbolo di fertilità e prosperità. Gli egiziani non trovarono alcun ostacolo in un popolo ben avvezzo ad ampliare il loro già vasto pantheon di dei e semidei e, col trascorrere del tempo, furono inglobati nella realtà locale. I discendenti degli egiziani divennero anch’essi autoctoni e la statua del dio Nilo, con l’avvento del Cristianesimo, cadde nell’oblio. Solo verso la metà del XII secolo sarà ritrovata ma acefala.

Statua del Nilo
Statua del Nilo – Il “corpo di Napoli” ricongiunto alla sua sfinge

Statua del Nilo. Successivamente, dopo essere nuovamente dimenticata, sarà definitivamente riscoperta nel XV secolo. Tanto tempo era passato che si era persa perfino la memoria della sua origine e, siccome era acefala, si credette che fosse una statua di una donna che allattava. Da questo fraintendimento alcuni pensarono che fosse una rappresentazione simbolica della città madre che allatta i cittadini, ribattezzandola “il corpo di Napoli”. Lo scultore Bartolomeo Mori nel XVII secolo darà alla statua l’aspetto attuale, aggiungendo la famosa testa barbuta, dal naso oramai consunto come quello di un cocainomane, la cornucopia, il coccodrillo, i putti e la sfinge. Purtroppo, la malvagità e l’ingordigia degli uomini hanno sottratto a questa città parte del suo simbolo; due dei tre putti e la sfinge saranno rubati nel dopoguerra, la sola sfinge sarà ritrovata in Austria e finalmente ricongiunta al resto della statua nel novembre del 2014. In quella occasione è stato possibile scorgere un popolo giustamente fiero della propria storia, un popolo che si è abbandonato per qualche ora ad una gioia composta eppure intensa, un popolo estremamente riconoscente  per l’atteso ritorno di parte della loro identità. Oggi possiamo finalmente ammirare il simbolo di questa città quasi integro e, anche se la sua è una bellezza mutilata, nessuno potrà cancellare la memoria di questa storia, una storia di libertà religiosa e di resilienza che ben si adatta all’identità campana.

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