The Boys: chi ha detto che i supereroi non possono delinquere?



The Boys Prime Video
Screenshot da YouTube

Dal 26 Luglio, su Amazon Prime Video è sbarcata The Boys, serie tratta dal fumetto di Garth Ennis. Un prodotto che rovescia il topos del supereroe

Garth Ennis. Ancora una volta lui. Per i seguaci del fumetto, sicuramente il nome non suonerà nuovo. Stiamo parlando, infatti, di uno dei più grandi fumettisti degli ultimi anni, capace di dare ai propri prodotti un’impronta riconoscibilissima anche ai novizi della nona arte. Molti dei suoi prodotti sono stati consacrati nell’immaginario collettivo e (siamo sicuri) faranno fatica a scostarsene per un bel po’ di tempo, al pari di gente come Frank Miller e Alan Moore. Tra questi, c’è sicuramente una delle serie più intriganti e affascinanti degli ultimi tempi: The Boys.

La serie a fumetti fu creata ben tredici anni fa in collaborazione con il mitico disegnatore Darick Robertson (collaboratore di Grant Morrison in Happy!, per intenderci). Ed ebbe subito un successo clamoroso, che la fece svettare tra le migliori serie fumettistiche degli anni 2000. Dopo aver già trasposto sul piccolo schermo l’opera magna di Ennis, ovvero Preacher, Prime Video ci riprova e porta sugli schermi una serie rivoluzionaria, che smaterializza e rovescia ogni concetto che finora era stato presentato per i supereroi, su piccolo e grande schermo.

A fare da “guida” nella trasposizione, sono tre veterani come Evan Goldberg e Seth Rogen (che conoscono benissimo Ennis, avendo già trasposto Preacher) ed Eric Kripke, noto a tutti per essere il creatore della serie TV Supernatural. Una combinazione esplosiva, che dona freschezza e irriverenza ad uno degli show più innovativi degli ultimi anni. Pronti ad immergervi in un mondo pieno di falsi moralismi, di una critica incredibile al capitalismo, di cinismo e iper-violenza?

Super, ma di certo non eroi

La storia di The Boys è qualcosa di mai sentito finora e che, in un’epoca in cui i cinecomic la fanno da padrone, promette di rivoluzionare l’intero genere. Nel mondo della serie, i supereroi sono ormai un fenomeno ordinario. Pattugliano le strade e i cieli per tenere tutti al sicuro da ogni possibile minaccia, dando un gratificante senso di sicurezza alla popolazione che ovviamente li idolatra.

I migliori sono riuniti tutti nel gruppo dei Sette, capitanati dall’invincibile Patriota (un irriverente Antony Starr). Dietro le loro operazioni, però, si staglia l’immensa corporazione Vought e la presidente Madelyn Stillwell (Elisabeth Shue), la quale, come un burattino, guida i Sette nell’ascesa della propria immagine in maniera corrotta. Questi ultimi sono pronti a tutto pur di migliorare la propria immagine, anche uccidere persone innocenti.

E sarà proprio l’uccisione della ragazza di Piccolo Hughie (un grande Jack Quaid) da parte di A-Train (Jesse Usher) a scatenare la furia dei Boys, vigilanti costituitisi con l’intento di abbattere i supereroi corrotti. L’omicidio, infatti, viene messo a tacere con scuse di circostanza. A questo punto, i Boys torneranno in auge.

A capo dei Boys c’è la figura del mitico Billy Butcher (un mostruoso Karl Urban), che insieme ai colleghi Frenchie (un sempre in forma Tomer Kapon), Femmina Della Specie (Karen Fukuhara) e Latte Materno (Laz Alonso) cercherà di adempiere al suo dovere. Il tutto porterà ad una sana spirale di violenza incondizionata.

Violenza, linguaggio grottesco e scene sopra le righe: tutto ciò di cui si sentiva il bisogno

Se c’è un merito principale nell’opera di Eric Kripke, Seth Rogen e Evan Goldberg, è quello di aver ricalcato fedelmente le atmosfere che caratterizzavano il fumetto di Ennis. A partire dai primi minuti della serie, con l’omicidio della ragazza di Piccolo Hughie, si capisce di non essere di fronte ad un prodotto normale. La testa della povera ragazza viene letteralmente ridotta in brandelli di pelle e sangue da A-Train. Il che dà una vera indicazione sull’iperrealismo e sul tono sempre sopra le righe che caratterizzerà The Boys.

Quest’ultimo sarà l’episodio scatenante che porterà poi ad una spirale di violenza inaudita per una serie supereroistica. Se Ennis se ne fregava, nel fumetto, del “politically correct”, Kripke, Rogen e Goldberg riescono a fare lo stesso e a regalare lo stesso tono brutale. A giocare dalla propria parte, oltre al linguaggio grottesco e scene sempre sopra le righe (tra cui la masturbazione di Patriota), è una caratterizzazione dei personaggi fortissima.

Tutti i protagonisti della serie, da Piccolo Hughie a Butcher, passando per A-Train e Patriota, sono permeati della propria identità. Sono riconoscibili al pubblico, hanno almeno una caratteristica, un linguaggio, anche solo un’espressione che permette a quest’ultimo di empatizzare con loro. Da questo punto di vista, dunque, si apre anche una riflessione psicologica (oltre che sociale) sul ruolo del supereroe nel cinema attuale. I tre creatori mettono a nudo la brutalità di una società che, anche nella sua espressione più “altruista”, ha comunque qualcosa di marcio.

Una critica che rende uno show come The Boys enormemente attuale, a dispetto dei ben 13 anni d’età del fumetto originale.

La gestione dei ritmi

La regia di The Boys è molto interessante. A dispetto del fatto che ogni episodio è stato ripreso da un regista differente (nel cui elenco figurano anche Dan Trachtenberg, Daniel Attias e Frederick E.O. Toye), abbiamo uno stile coerente per tutta la durata della serie. Se c’è un difetto, però, lo si trova nel ritmo della serie.

La gestione generale è piuttosto altalenante. Se per quanto riguarda i plot twist e per le scene d’azione non ci sono assolutamente problemi, a partire da metà stagione i ritmi calano drasticamente. In alcuni episodi (soprattutto il quinto e il sesto), alla lunga, si accusa una tempistica noiosa che rende solamente meno interessante la vicenda legata ai “super-antieroi”.

Inoltre, a dispetto delle attese, c’è un unico personaggio che fallisce nell’intento della caratterizzazione: l’Abisso di Chace Crawford. Quest’ultimo, a metà stagione, si estranea dalla narrazione, rendendo difficile l’empatia e caratterizzando la propria storia in maniera praticamente superflua.

Quisquilie, però, per una delle serie dell’anno, che si candida ad essere un nuovo punto fermo Prime Video.

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