The Other Side of the Wind di Orson Welles: L’eternità dell’uomo



The Other Side of the Wind: la recensione dell’ultimo film di Orson Welles distribuito sulla piattaforma streaming di Netflix

Quando si finisce di guardare The Other Side of the Wind di Orson Welles la ruota-caricamento Netflix inizia a girare, scarta quelle due ore di visione che abbiamo già alle spalle, si muove freneticamente con il suo  incedere quotidiano nel trovare, individuare, caricare (con il sistema logistico di sempre) un altro contenuto che instancabilmente e con poca credibilità rispecchi i nostri gusti di spettatori.

È qui che qualcosa si attiva dentro di noi. È qui che il collegamento si fa tangibile, sostanza di quell’attimo. Orson Welles e Netflix, incredibile! Fantascienza? Distopia? Chissà quello stratega, quel giocoliere, quell’illusionista di Orson Welles, in orizzontale, nel mucchio di terra che è la sua morte, simulacro di un regista ancora oggi magnifico e incompreso, vittima di un industria ripiegata su se stessa, carnefice di un potere luciferino, scarnificato da esso stesso, esiliato da un’azienda fulgida e sempre verde che è il suo sepolcro, cosa ne pensa, se è vero che ci può sentire!

The Other side of the Cinema

Ci basterebbe una sua risposta, per comprendere, per non essere condannati come lui adesso, al silenzio. Quel silenzio illegittimo nell’arte, legittimo nella vita, che è quel “cut” finale di The Other Side of the Wind. Perché “The Other Side of the Wind” è prima di tutto questo, la coscienza del Cinema con la “c” maiuscola, è la tensione ascetica di un regista che ha sempre trattato la vecchiaia, la memoria, la morte, il potere, l’allontanamento ingiusto da esso come fossero materie, ossessioni, temi, prima di tutto suoi, cardini di una vita, e poi elementi di un cinema di finzione, che è quello che ha lo scrupolo di essere filmato come estensione dell’uomo, prossimo e mai a contatto con l’anima propria di uno spirito.

Quest’impossibilità dell’Uomo di essere Cinema e del Cinema di essere Uomo, di essere cangiante anziché tellurico “The Other Side of the Wind” ce l’ha tutta. È complessivamente un “vademecum” che lo stesso Welles ci ha proposto, è lo specchio per le allodole di un regista che ha sempre preso a schiaffi il cinema, nella sua modernità lo indossa sapendo che “Dio è “Donna”, come viene suggerito da una delle battute più fulminanti. Il cinema, come un Dio, è qualcosa di timoroso, di misterioso, di irraggiungibile senza uno monito sacrificale, senza un trampolino, senza una furbizia studiata per bene.

Il cinema di Orson Welles è allora, il giro in tondo che fin da subito si burla di una possibilità, la possibilità di essere Corpo del Cinema, di essere sostanza nell’evanescenza, ed evanescenza nella sostanza come a parlare di Dio e della sua testimonianza umana, il Cristo.

Il cinema-Divinità

Perché Orson Welles nella sua vita, nella sua carriera, ci ha sempre giocato con quella materia pulsante che è cinema, distinguendosi per sua la poliedricità incalzante, per la sua tirannia indipendente nei confronti di un commercio, di una giostra, di un etichetta come quella di Hollywood. Il cinema, sostanza materna, refrattario tra gli artifici degli uomini, Verbo inespresso, portato ad essere culto, non può che avere figli, discepoli, che perpetrano l’umanità di continuo tendendo all’alto nell’impossibilità di reggersi, nel fallimento di restare per sempre in sospeso.

La summa del cinema di Orson Welles

The Other Side of the Wind allora è la summa di tutta una carriera, devoluta alla presunzione, alla magniloquenza, all’elasticità tesa alla Grazia di un corpo che si distrugge. Alla (giusta) mania di grandezza di un uomo che ha rappresentato il cinema, che l’ha spezzato, che l’ha modellato a sua immagine e somiglianza senza mai raggiungere un trono nell’alto dei cieli, senza mai appropriarsi della consistenza di un Dio, ma emulandone i gesti e assomigliandoli da lontano, portandosi tutta la logica anti-umana e controcorrente di un’esistenza allo specchio che si osserva solo nel riflesso.

Questa tensione, questa apertura infinita, mai conclusiva e speranzosa, questo slittamento di cui il suo cinema è pregno, questa sua promessa senza risposta, quel suo montaggio frammentato e quella sua sessualità strabordante sono tutte racchiuse in questa sua opera post mortem che non solo finalmente lo contiene come uomo testimone del Sacro ma che finalmente gli promette e non vanifica più la sua Eternità.

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