Third Person e il latitante Haggis



Con un ritardo di quasi due anni, è arrivato sui nostri schermi Third Person, ultima fatica di Paul Haggis, già autore di Crash – Contatto fisico (Oscar poco ricordato del 2004) e di Nella valle di Elah (2007)

Third Person nell’idea di Paul Haggis è un intreccio di relazioni, nel senso di un atto di fiducia verso l’altro: tre storie d’amore, vulnerabili, idealmente struggenti e di tradimento, che si sviluppano tra New York, Parigi e Roma. Il titolo del film fa appello ad una “terza persona”, un riferimento a qualcosa che si sviluppa parallelo, inconsapevole fonte di sospetto, che si insinua, che deteriora i rapporti, la loro presunta stabilità.

Il filo conduttore di Third Person, l’amore, viene sviluppato nei suoi dolorosi ricordi, nei sensi di colpa e nelle tardive ammissioni: la perdita di un figlio, il difficile e incestuoso rapporto tra una figlia e il suo assente padre, il tradimento fisico e morale, sono, almeno in questo film, i cardini che ricordano in pieno la filmografia e la vocazione corale di Paul Haggis.

Ritroviamo storie, che si prefigurano come ben intessute nella sceneggiatura, di personaggi infelici, di gente fragile: questa volta però sullo schermo del dramma intimistico c’è solo il vuoto, uno sbiadito e non pienamente riuscito  Sturm und Drang.

Scena Third Person
Mila Kunis nella più bella scena di Third Person

I rapporti umani nella loro imperfezione sono una costante di Haggis, firmatario della sceneggiatura di Million Dollar Baby di Clint Eastwood e regista del meritatissimo film Oscar, Crash, che è stato un eccellente debutto, rappresentando ad oggi il suo miglior film.

Crash – Contatto Fisico è un infatti un film universale, sia perché affronta la nostra paura degli altri, camuffata da individualismo – che in America non ha ragioni sociali quanto più stretta relazione con la politica estera – sia per la scelta autoriale con cui Haggis lo impatta al cuore.

E anche se odio parlare di cuore, anima, ci sono film che ti toccano, che ti tirano fuori qualcosa che non sai identificare diversamente. E citando il personaggio Graham Waters: “In una città vera si cammina. Sfiori gli altri passanti, sbatti contro la gente… Qui a Los Angeles non c’è contatto fisico con nessuno: stiamo tutti dietro vetro e metallo. Il contatto ci manca talmente che ci schiantiamo contro gli altri solo per sentirne la presenza”.

Locandina Third Person
Locandina Third Person

Questo non accade con Third Person. Non ti tocca, non ti arriva, non fino in fondo. Una questione anche di scelte musicaliHaggis è stato troppo presuntuoso nel pensare che le sue sole immagini bastassero a dare pathos all’intero film. La critica più grande va fatta per la scontata scelta di città come Parigi e Roma, stereotipate capitali dell’amore e della bellezza – anche se almeno per la seconda non ritroviamo propriamente l’immagine edulcorata del mito della città eterna. Nella cartolina di una Roma inetta, Haggis si è ispirato in modo lato e latitante alle borgate pasoliniane: davvero gli americani ci vedono così “ingenui” e retrogradi? E soprattutto, in generale, risultano insignificanti e inopportunamente presenti le comparse di italiane, degradate anche dal ruolo.

Third Person però può contare, affiancato da Liam Neeson, Adrien Brody e James Franco, su un valido cast femminile, capeggiato dalla brillante Olivia Wilde e con una splendida “rom”, Moran Atias, che essendo co-produttrice del film, ha, nonostante il risultato, sollevato il dubbio sul perché sia stata scritturata per la parte.

Nella struttura evanescente e letteraria del racconto visivo, questo film, che a tratti sembra trascinarsi, rende plausibile e vera solo la storia tra James Franco e una sorprendente Mila Kunis.

La Nouvelle Vague europea è stata una fondamentale ispirazione per Haggis. E infatti, nel suo modo di fare cinema, si presta massima attenzione ai silenzi e ai momenti di sospensione, ma in Third Person le parole ci sono e sono un po’ manieristicamente votate allo struggimento.

L’immagine più forte è probabilmente la scena di Mila Kunis che entra nella stanza tappezzata di rose bianche: “il colore delle bugie” come scrive nel suo romanzo il cinico ed emotivamente anestetizzato scrittore Michael, interpretato da un “poco incisivo” Liam Neeson.

Bello il finale, però già scontatamente intuibile nella prima parte del film e nelle sovrapposizioni delle città e degli incontri: qui il senso del libro e la sua smaterializzazione, quella che vorrebbe essere l’ennesima riflessione viscerale di Haggis sulle relazioni umane, quasi sfugge. 

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