Ti porto a Portovenere



Portovenere, Golfo dei Poeti

A due passi dalle Cinque Terre, il Golfo dei Poeti e Portovenere, per assistere alla nascita di Venere o ritrovarsi in un romanzo gotico

L’Italia è ricca di borghi che, sebbene siano, chi più chi meno, ambite mete turistiche, riescono a salvaguardare la loro essenza, come piccoli cosmi a sé stanti, che lasciano fuori la frenesia del mondo esterno. Portovenere, a soli quindici minuti di distanza da La Spezia, con i suoi  3.763 abitanti, è uno di questi: un piccolissimo borgo, il più piccolo della provincia spezzina. Piccolissimo sì, ma preziosissimo gioiello che nel 1997, insieme alle Cinque Terre e alle isole Tino, Tinetto e Palmaria, è diventato patrimonio dell’umanità dell’UNESCO.

Il borgo, il cui nome Portus Veneris deriva dal tempio dedicato alla dea nata dalla spuma del mare, Venere Ericina ha quasi 2000 anni di storia, risalendo all’incirca al 150 d.C. Arroccata sul mare, con le sue case colorate, tra vicoli strettissimi e sali scendi, Portovenere si distende su una lingua di terra che delimita, insieme a Lerici sul lato opposto, il golfo dei Poeti, in un solido abbraccio fatto di scogli.

Portovenere, ingresso al borgo antico
Portovenere, ingresso al borgo antico

Proteso verso il mare è il borgo originario, il castrum vetus, abitato da pescatori in epoca romana e posto dove ora è l’attuale piazzale Spallanzani ed oggi in realtà non ne resta più nulla. Successivamente, infatti, il paese divenne base navale bizantina, fu distrutto con l’arrivo di Longobardi e Normanni ed infine ceduto a Genova, intorno al 1100 (come testimonia l’iscrizione “Colonia Januensis 1113″ sulla porta di accesso al borgo antico). Fu la repubblica genovese a costruire le mura che racchiudono l’intera Portovenere, le tre torri, il borgo nuovo (castrum novum), il castello e le chiese di San Pietro e San Lorenzo.

Portovenere, chiesa di San Pietro e borgo antico
Portovenere, chiesa di San Pietro e borgo antico

Il castrum novum, fu costruito dai genovesi per difendersi dalla rivale Pisa ed infatti sorge in alto sul promontorio, di spalle alla spiaggia, snodandosi intorno al Carugio centrale, delimitato dalle case fortezza rivolte verso il mare, e culmina nel punto più alto con il Castello e, leggermente più in basso, con San Lorenzo. Eretta tra il 1118 ed il 1130 in stile romanico, l’antica chiesa di San Lorenzo è il Santuario della Madonna Bianca, patrona del borgo il cui culto religioso è legato ad un’antica leggenda. Si narra che nel corso di una terribile pestilenza sul finire del XIV secolo, un certo “padron Lucciardo”, pregando la Madonna dinanzi ad una sua raffigurazione, notò che i colori di quest’ultima risplendettero illuminandosi e, cogliendo nell’evento un segno divino, invitò i compaesani scettici ad assistere al miracolo. Da allora il quadro raffigurante la Vergine Maria si trova nel santuario, insieme al ceppo di legno dentro il quale esso sembra essere giunto dal mare.

Nonostante il baluardo portovenerese fosse riuscito a resistere ai numerosi tentativi di espugnazione da parte della rivale repubblica pisana, esso cadde in rovina con il disastroso incendio divampato durante una notte del gennaio del 1340, che distrusse il castrum vetus, ed in seguito con l’attacco degli Aragonesi nel 1494, che sancì definitivamente la fine dell’attività di base militare del paese , che restò comunque un importante scalo nella navigazione commerciale.

Tornando al borgo antico, è questo ad essere, comunque, la parte più suggestiva ed il “volto” di Portovenere: sono l’arcobaleno delle facciate delle case dei pescatori che si riflette nel mare, le barche e più giù la scogliera, con in sommità San Pietro, ad accogliere i turisti.  “A quelli che giungono dal mare appare nel lido il porto di Venere e qui – nei colli che ammanta l’ulivo è fama che anche Minerva scordasse per tanta dolcezza Atene – sua patria…” scriveva Petrarca per celebrare la bellezza di Portovenere, che secoli dopo affascinò altri scrittori e poeti, da Lord Byron a Montale.

Portovenere, Grotta Byron
Portovenere, Grotta Byron

Al primo è dedicata la celebre “Grotta Byron”, che si incontra dirigendosi verso la punta segnata da San Pietro: affaccio irto di scogli sull’imponenza del mare, da cui si dice che il poeta si tuffò per raggiungere a nuoto Lerici, dove soggiornava l’amico Shelley.

La chiesa di San Pietro, invece, svetta poco più in là col suo campanile, come una moderna fenice, risorta dalle ceneri dell’antico tempio pagano e rimaneggiata nei secoli. Accedervi è un percorso in crescendo, prima tramite la salita lungo il piazzale e poi tramite la striminzita scalinata che conduce all’ingresso. Al suo interno coesistono il corpo antico ed il corpo nuovo, in comunicazione tra loro tramite due archi a tutto sesto; una sorta di dualismo ripreso dall’alternanza del bianco e del nero e, se vogliamo, del sacro e del profano. La chiesa, secondo i canoni gotici, si protende verso il cielo in una spiritualità religiosa che convive, senza contrapporvisi, con l’inquietudine magnetica che trasmette la vista della distesa d’acqua, sottostante alla scogliera, offerta agli occhi uscendo sulla terrazza di fianco.

Portovenere, Chiesa di San Pietro
Portovenere, Chiesa di San Pietro

Eugenio Montale riuscì ad esprimere tale sensazione, celebrando il borgo ligure in un’omonima poesia “[…]flutti che lambiscono/ le soglie d’un cristiano/ tempio, ed ogni ora prossima/è antica”.Eugenio Montale, Portovenere

Un paesaggio che, in una giornata di nebbia, seppur primaverile (come quella durante cui io ho potuto visitare Portovenere) ti può trasportare lontano nel tempo e nello spazio, in un luogo quasi immaginario, di un romanzo gotico inglese o di un dipinto di Caspar Friedrich: “Viandante sul mare di nebbia”.

Non è un caso, perciò, che Portovenere e tutto il territorio del golfo spezzino siano stati amati e celebrati dai già citati poeti romantici Shelley e Byron. A ribattezzare il golfo come “dei Poeti” fu, però molto più tardi, il commediografo Sem Benelli, il quale scrisse la sua “Cena delle beffe” proprio in una villa a Lerici ed usò per la prima volta il nuovo appellativo nell’orazione funebre di Paolo Mantegazza: “Beato te, o Poeta della scienza che riposi in pace nel Golfo dei Poeti. Beati voi, abitatori di questo Golfo, che avete trovato un uomo che accoglierà degnamente le ombre dei grandi visitatori”.

“Grandi visitatori”, appunto, furono: Emma Orczy (autrice de “La primula rossa“), Gabriele D’Annunzio, Filippo Marinetti, Giuseppe Bertolucci. Ancor prima di essi, fra gli altri, Botticelli, il quale nella frazione di Fezzano, innamoratosi di Simonetta Vespucci, sua vicina di casa, la ritrasse nelle fattezze della sua celebre Venere. Le acque di Portovenere conobbero dunque la Nascita di Venere e nel dipinto i luoghi del Golfo dei Poeti sono visibili alle spalle della dea.

Portovenere ,vista sul promontorio Arpaia
Portovenere ,vista sul promontorio Arpaia

Lasciando Portovenere, guardandola un’ultima volta mentre si fa ritorno a La Spezia, ci si accorge di aver lasciato un pezzettino di se stessi lì e di aver preso, in cambio, un pezzettino di essa. Chissà che non sia successo anche ai suoi “grandi visitatori”.

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