Vice, la vita di Dick Cheney nel racconto pop di Adam McKay. La recensione

Vice, Dick Cheney, Adam McKay

Zon.it ha visto e recensito il nuovo capolavoro di Adam McKay, già vincitore di un Oscar nel 2016. Il Dick Cheney di Christian Bale è pop e iconico

Dimenticate il classico e razionale biopic, oppure l’accurato e preciso docu-film. Vice – L’uomo nell’ombra, è essenzialmente opera che sconfessa il tradizionale canovaccio narrativo che punta i riflettori su un determinato protagonista. La ricetta (assolutamente vincente) di Adam McKay, che ci ha già abituati con questo stile con The Big Short (La Grande Scommessa), è quella di impostare il film sull’acceleratore dall’inizio alla fine. Poche, ma particolarmente incisive, le retromarce: i flashback aprono la pellicola e la “interrompono” a lampi: è importante, da un lato, conoscere chi è Dick, ma lo è ancor di più sapere chi è stato.

Come può un uomo con problemi di alcolismo, che per questo ha mandato in malora i suoi studi alla Yale, diventare trent’anni più tardi il vice presidente più potente degli Stati Uniti e uno degli uomini più potenti al mondo?

McKay lo racconta in maniera un po’ repentina, ma abbastanza efficace per farci conoscere il Cheney che è ora. Una sbronza, una rissa, una guida in stato d’ebrezza e, soprattutto, l’ammonimento di sua moglie – una brillante e intensa Amy Adams, bastano per proiettarci immediatamente alla carriera pubblica del giovane, ma promettente Dick.

È un film mutevole, con sezioni narrate, con artifici ironici, come gli “inserti didattici” de La Grande Scommessa e i già citati flashback. Questo ha risvolti negativi: la confusione, che è innegabile, a volte non permette completamente l’assimilazione dei meccanismi politici (qualche lezione di House of Cards e potrete essere più che preparati). Ma, ha un significativo risvolto positivo: è estremamente imprevedibile.

I personaggi di McKay sono, a volte, snaturati: i loro comportamenti in diversi casi sono estremizzati per creare il momento divertente e/o sdrammatizzante, in pieno stile Michael Mann. È un film coraggioso: il regista non ha paura di prendere una posizione in merito alla discussa figura del Vice e dell’intero governo Bush. Prende un importante agglomerato di notizie e rumors e ne fa cinema, ricostruendo fatti che ancora oggi viviamo sulla nostra pelle, come la nascita dell’ISIS e dei giornali ultra conservatori.

Cast da urlo

La forza della pellicola di McKay risiede nei protagonisti, nello straordinario cast. Steve Carell si conferma essere attore duttile che nel drama dà il meglio di sé. Rumsfeld è il collante che lancia Cheney nel mondo politico: spietato, cinico, conservatore, repubblicano. Il maestro che insegnato al futuro vice come si lavora e si sta al mondo.

 “Noi in cosa crediamo?”

Amy Adams si sta godendo il grande momento della sua carriera. La moglie di Dick è tenace, ambiziosa – a volte più dello stesso marito – vuole raggiungere uno status che da sola, come donna, non avrebbe mai raggiunto. È lei che apre la strada allo “scapestrato” Cheney, è lei che lo fa maturare, è lei che gli permettere di essere un uomo.

George W. Bush è inetto, incostante, “vagamente” incompetente, facilmente manipolatoSam Rockwell ci mostra un volto insolito dell’ex presidente: Cheney risulta essere di tutt’altra statura politica, pronto anche a rinnegare la sua stessa figlia, spaccando irrimediabilmente la sua famiglia. Un uomo senza cuore. In tutti sensi.

Menziona a parte per Christian Bale, che fornisce l’ennesima straordinaria e convincente prova attoriale. Camaleontico, con i 20 chili presi, l’attore scompare nel corpo dello stoico Vice. Aver creato il caso “Al-Zarqawi“, aver annullato il processo di sostentamento al clima, aver portato avanti il suo modello di “Governo Unitario”, ristabilito le torture, tutto scivola addosso a Cheney.

Forza dell’immagine

Se alcuni scioglimenti narrativi si esplicano “dietro le quinte”, McKay permette – con la sua cinepresa – di rafforzare il film con brevi ma emblematiche immagini. I pannelli solari installati con l’amministrazione Carter, la rimozione di questi con l’arrivo dello stesso Bush. I close up repentini, la scena shakespeariana al letto tra Dick e Lynne, le scene di pesca dove capiamo come Cheney abbia sviluppato la sua calma olimpica e la sua pazienza (applicata poi in politica) e il finale in solitaria alla House of Cards sono i punti più alti dell’intero film.

Non si tratta del miglior film dell’anno, ma McKay non annoia mai, aiutato da una storia e personaggi affascinanti, superando ampiamente la sufficienza. Christian Bale, Amy Adams e Steve Carell da Oscar.