Lucio Battisti: una vita trascorsa a nascondere la sua “Anima Latina”

Lucio Battisti

Su Lucio Battisti ne sono state dette e scritte tante, forse troppe. La critica e non ha tardato nel riconoscere nel cantautore qualcosa di diverso, di innovativo e per certi versi, di precursivo. Quel che molti non sanno e che nemmeno si aspettano è che in Lucio fremeva un animo dalle arsure calde, tanto quanto lo sono i raggi del sole rovente che d’Estate illumina l’America Latina

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Lucio Battisti il 5 marzo 2017 avrebbe compiuto 74 anni, ma di anni ne aveva appena 55 quando la morte lo sorprese. Era l’autunno del 1998 e un bollettino medico di poca chiarezza ne annunciava il decesso. Da allora sono trascorsi diciannove lunghi anni senza il “Il nostro caro Angelo”, senza la sua personalità cristallina al pari di acqua che scorre veloce così, “azzurra e chiara”.

Lo stile

Il percorso artistico di Battisti ha dal primo momento offerto uno screen evidente, fatto di bei testi e motivetti italianeggianti, un accostamento forse semplice, ma di sicuro effetto finale e vendibile a buon mercato, senza correre il rischio di finire in nicchia. Infatti dall’esordio sanremese del 69’ che gli concesse di raggiungere il successo con il brano Un’Avventura, per almeno cinque anni, Lucio Battisti, coadiuvato dalla penna di Mogol, ha abituato il pubblico a melodie dolci e consuete, arricchite da passaggi rhythm and blues e una importante sezione di fiati.

L’ultimo Battisti

Eppure molti ignorano che all’interno del multiforme campionario caratteriale, musicale e mentale del cantautore sia esistita una forza creatrice e decostruttiva ben lontana dal Battisti di Dieci ragazze , di Mi ritorni in mente o di 7 e 40. Un nuovo Battisti, da alcuni critici definito come ‘L’ultimo Battisti’.

Una personalità che fa testo a parte e si distacca nettamente dalla precedente produzione, invece più commerciale e universalmente comprensibile. Stiamo parlando di un universo ermetico ed eremitico, un cassetto aperto molto personale, esternato soltanto nel 74’ con il nono album in studio “Anima Latina”.

Inizialmente concepito come sperimentazione sensoriale, poi evolutosi in un prodotto effettivamente fruibile, “Anima Latina” è un testamento visionario, partorito da Battisti al ritorno da un sentito e vissuto viaggio in America Latina e prodotto dall’etichetta discografica indipendente Numero Uno.

Anima Latina

Undici tracce suddivise in due sezioni: lato A (4 tracks) e lato B (7 tracks). L’impressione generale restituisce entità ritmiche fatte di scrittura essenziale e di non immediato accesso semantico, cucite addosso a musicalità ricercate e a tratti di difficile digestione uditiva. Da questa breve descrizione “Anima Latina” ha l’aspetto di un magma male assortito e messo insieme a seguito di forti esperienze assimilate e smaltite attraverso la composizione, vista come atto catartico e liberatorio.

In realtà “Anima Latina” è molto di più e fu lo stesso Battisti a lasciare in eredità al giornalista Renato Marengo la giusta definizione, contenuta in una intervista-manifesto per la testata Ciao 2001:

“Questo mio ultimo LP, “Anima Latina” è per me una operazione culturale, quasi un esperimento e tale dovrà restare”.

Lucio Battisti
Copertina – Anima Latina

Di culturale in questo album c’è tutto e niente. Non è il racconto dettagliato di modi e usi professati nei paesi del Sud America che domina in “Anima Latina”, no non è quella documentaristica l’intenzione dell’autore. Di culturale c’è una nuova concezione di ascolto, mutuata direttamente da quelle realtà geografiche che hanno restituito a Battisti l’idea di musica come bene comune, come vita, come stare insieme.

Fin qui tutto normale, ci ritroviamo dinanzi ad un album fatto da testi striminziti, supportato dall’utilizzo sconsiderato di cori e sintetizzatori e avente come tema l’amore più o meno platonicamente interpretabile. Nulla di tutto questo solleva l’opera al di là di qualcosa che non sia già stato fatto o visto nella storia della musica italiana ed internazionale.

La novità

Allora in che cosa consiste la novità? Lo sbarramento, l’infrangimento delle logiche e delle regole metriche? Il senso e il significato più profondo di “Anima Latina” va ben oltre il ridotto numero di battute dei testi (“La Nuova America” contiene sei versi, “Separazione naturale” arriva soltanto a quattro) o la totale assenza del refrain (individuabile solamente in “Due mondi”) e supera anche il preconcetto secondo cui osare è fare bene.

La ventata avanguardista sta nel ruolo giocato dall’ascoltatore che per la prima volta si ritrova dall’altra parte, dalla parte di chi partecipa attivamente al momento uditorio e ne esce fondamentalmente con poteri manipolatori.

È il caso di “Uomini celesti” o di “Anonimo” brani inseriti nel Lato A e in parte riguarda anche la poetica “Abbracciala, abbracciali, abbracciati” in cui il sottofondo musicale è talmente presente e vivo da soprassedere il testo stesso. Chi ascolta è costretto a porre l’orecchio con maggiore attenzione in vicinanza dell’apparecchio di fruizione musicale, altrimenti corre il rischio di perdere il passaggio testuale.

La storia

Ma torniamo alla storia che c’è alla base di “Anima Latina”, se di storia si può parlare, perché in questo complesso e affascinante prodotto c’è un po’ di tutto. C’è l’amore sognato, c’è quello fisico, c’è la malizia dell’infanzia e c’è la rassegnazione della separazione quando quello stesso amore finisce. C’è sicuramente l’America e non esclusivamente quella Latina, non a caso nel brano “Macchina del tempo” appare un accenno alla Statua della libertà, utilizzata come doppia allegoria collocazionale e separatoria.

Dal punto di vista parafrasale e narrativo si elevano due pezzi in particolare, l’omonimo “Anima Latina” che da il titolo all’intero album e “Macchina del tempo”. Nel primo è presente il prepotente contrasto tra il mondo industrializzato dell’America che conta, quella che si riduce a bere Coca Cola dalla mattina alla sera e quello dell’America fatta di “musica e miseria” in cui i bambini giocano “allegramente malvestiti”.

Il secondo brano è un messaggio universale in cui alcuni sentimenti quali la paura e l’incertezza hanno quasi parvenza di forma umana e certe antiche superstizioni e credenze svaniscono al cospetto del tempo che passa. Ecco venire al servizio della fantasia compositiva di Lucio Battisti l’elemento della musica salvifica che invita alla vita ed è la vita stessa.

“Anima Latina” non è un disco che va ascoltato tutto d’un fiato, ma va assaporato, gustato come il caffè fatto con i chicchi tostati del Messico e coricato sulle spalle come le voluminose ceste di vimini colme di frutti esotici e di stagione. È anzitutto un trionfo esperienziale in cui Battisti si è volutamente calato, senza avere troppe pretese e che si è trasformato spontaneamente in una esplosione di vita senza pari:

 

“Siamo, siamo, siamo, siamo vivi e dobbiamo/ restarlo perché: programmare una vita in un giorno/vuol dire morire

/quel giorno con te. Ed io voglio/ mai perdere nessuno e nessuno che perda mai me”.

(Macchina del Tempo – Anima Latina, 1974)

 

 

 

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