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Renzi, il PD e le elezioni del 2018

Renzi, con l’annuncio delle dimissioni da segretario, detta i tempi della Legislatura. Politica e partitocrazia ancora una volta a braccetto

La XVII legislatura, che ancora oggi “vivacchia” in attesa di decisioni sul futuro, si sta rivelando come una delle più anomale dell’intera storia italiana.

Nata da un sostanziale pareggio, derivante dall’esito delle elezioni 2013, ha tirato avanti a colpi di solidarietà nazionale, pur avendo una scadenza specifica in base ai provvedimenti urgenti da fare (in realtà mai affrontati), tanto da cercare il tutto e per tutto pur di arrivare a fine mandato.

Questa peculiarità è riscontrabile ancora oggi nelle azioni dell’esecutivo e del legislativo e, con il passare dei giorni, si è riusciti a trovare una sponda anche nella politica tanto da scandirne, in sostanza, tempi e modi di prosecuzione.

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Con l’annuncio delle dimissioni dell’ex Premier Renzi dalla segreteria del PD, sembra quasi che il governo Gentiloni, e la maggioranza parlamentare che lo sostiene, avranno vita facile fino al 2018.

Questo dato, pur non direttamente riscontrabile nell’indirizzo “gestionale” dello Stato, si può desumere da diversi elementi che hanno messo in moto la macchina democrats per arrivare alle nuove elezioni politiche.

Partendo proprio dal dato prettamente politico, si può dire che la strategia che Renzi intende adottare è strettamente legata a quella per la prossima tornata elettorale.

In pratica, con la convocazione del Congresso Nazionale, l’attuale segretario PD intende, sicuro di vincere l’assise interna, in un sol colpo “rimettere in riga” il suo partito, attualmente dilaniato dalle correnti, e dettare, categoricamente, le linee guida per la presa del Paese.

La vittoria di Renzi, però, non è così scontata come poteva sembrare qualche mese fa, date le diatribe interne ai renziani che coinvolgono diversi esponenti di spicco (Franceschini, Orlando e Martina su tutti), e un’ulteriore divisione interna, garantirebbe solamente una caduta libera anche a livello elettorale.

Considerando un secondo punto di vista, invece, il piano di “condizionamento” della Legislatura sembra architettato per riprendere fiato nei consensi.

La convocazione del Congresso, le primarie e l’eventuale disbrigo delle “ultime pratiche”, infatti, appaiono come un modo per arrivare a fine mandato, scaricando la colpa di possibili defezioni sull’attuale Presidente del Consiglio, e riabilitarsi agli occhi della nazione, ancora una volta, come il “salvatore della partia”.

In tutto ciò, chi realmente ci perde sono gli italiani che, pur invocando da quasi 4 anni una nuova legge elettorale e nuove elezioni, vengono sempre più scalzati da decisioni prese per il bene (?) dello Stato e sempre meno considerati quando tentano un cambio di rotta significativo dopo anni di lenta, e dolorosa, agonia.

 

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