120 anni di cinema, la proiezione che attraversò la realtà



120 anni

28 dicembre 1895-2015: 120 anni dalla proiezione dei fratelli Lumière. Il cinematografo ha trasformato la percezione della realtà in spettacolo, diventando un modo di pensare del ‘900

Trascorsi 120 anni dalla prima proiezione dei fratelli Lumière al Salon indien du Grand Café di Boulevard des Capucines a Parigi, è forte il ricordo della reazione del pubblico di fronte al cortometraggio L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat, girato dai due fratelli e mostrato per la prima volta insieme ad altri cortometraggi. La storia del cinema non si esaurisce soltanto in una carrellata di grandi nomi e celebri film, che hanno dato vita all’antologia della settima arte, ma è la magica consapevolezza di una legge fisico-chimica, che ha trasformato la realtà in un movimento onirico, elevandosi a pensiero definendo, infine, una forma mentis nuova che ha “sconvolto” il ‘900.

120 anni 120 anni fa, dopo numerosi esempi di stratagemmi per il divertissement privato o semi pubblico, i Lumière, avvezzi allo sviluppo fotografico, arrivano alla creazione del cinematografo, strumento essenziale per l’esperienza del cinema.

Qualcosa di nuovo sta per trafiggere la vita del popolo, sempre alla ricerca di nuovi svaghi; ma, questa volta il nuovo sarà il surrogato della realtà, il valore aggiunto dell’inconscio, la tensione verso una forma sempre più vicina al sentire umano: il cinema è il pensiero, è l’occhio piccolo che, amplificato dalla cinepresa, coglie l’essenziale e l’universale. 

Con i Lumière, e in particolare con la proiezione del 28 dicembre 1895, si sviluppa il cinema nella sua triplice declinazione: ripresa, proiezione, percezione.

Durante la sperimentazione, i due cineasti riprendono momenti di vita quotidiana (lavoro, famiglia, tempo libero…) e, privilegiando gli ambienti esterni per questioni di luce, rappresentano la Parigi di quegli anni, diventando così documento storico, sebbene “fittizio”. Si tratta di fittizio anche nel cinema delle origini, pur contrapponendo il realismo dei fratelli Lumière al teatro truccato di Méliès, perché il cinema porta alla coscienza dello sguardo.

La ripresa è l’anteprima di un momento più importante e suggestivo, ossia la proiezione. La differenza tra il cinematografo dei Lumière e gli altri esempi di pre-cinema, è appunto nell’intuizione di trasformare la realtà filtrata da un solo sguardo in un’esperienza collettiva e spettacolare.

La proiezione si può considerare l’essenzialità del cinema, perché è sublimazione di immagini, epifania di una realtà irripetibile, catturata e immortalata, nella reazione chimica della celluloide che s’impressiona a contatto con la luce: nei granelli di polvere tra il proiettore e lo schermo si disperdono quelle energie che poi predono forma nello schermo, da cui tutto ha avuto origine.

La reazione del pubblico, 120 anni fa, all’arrivo del treno nel salone parigino, è la dimensione della percezione: riprendere in funzione della proiezione e, infine, percepire. Se il cinema non avesse avuto, insita, la fase della percezione, il pubblico del 28 120 anni dicembre 1895, non avrebbe avuto una tale reazione da diventare storia, e poi “manifesto” della settima arte.

120 anni fa il cinematografo cominciava a delinearsi come un’alternativa importante agli altri svaghi, perché moderno e sinottico della società del tempo: la riproducibilità è sintomo di un legame profondo del cinema con il sistema industriale e con la catena di montaggio, ma è anche una fotografia animata, che simula la vita.

La dimensione artistica del cinema s’insinua presto nel ‘900, dimostrando di andare oltre la mera ripresa della realtà, per raccontare secondo un pensiero; di conseguenza, si fa pensiero, il pensiero che sconvolge il sistema corrosivo e precario del secondo Dopoguerra.

Se il cinema è l’arte prolungamento dell’industria, cosa spinge oggi lo spettatore a rivivere la “magia” della proiezione intesa come condivisione collettiva di una data realtà? Scontato ripetere che è il 3D ad attirare il pubblico nel buio della sala, quando la realtà è iperrealismo, il sogno diventa quasi concreto; eppure la percezione rientra nella semantica dell’illusione.

Dalla sala al salotto, il cinema si è trasformato in un “romanzo d’appendice” (la Serie TV), con cui si entra in confidenza, fino a confondersi con “l’altro”. A 120 anni dalla prima proiezione del cinematografo dei Lumière, si può definire il cinema come la materia parallela al sistema produttivo, politico, sociale, culturale e antropologico che s’inserisce nei “luoghi” in cui si sublima in vita a cui tendere, in cui identificarsi o dalla quale fuggire.

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