2118 – La recensione di Zon.it del corto del salernitano Salvatore Martines



Martines

2118 segna l’esordio di Salvatore Martines dietro la cinepresa per un corto, il quale, è in concorso ai David di Donatello per l’edizione 2018

Dopo Charlie e Requiescat in pace, Salvatore Martines ritorna a lavoro dietro (e davanti) la cinepresa con 2118, un drama sci-fi ambientato a casa sua, Salerno. Per Martines si tratta di “una prima volta”, infatti, si tratta del suo primo corto, dopo la realizzazione di due lungometraggi horror che hanno vinto nel 2015 e nel 2016  (il sequel) il TOFF come Miglior Trailer.

2118 può essere inteso come il crocevia della futura carriera del giovane Salvatore Martines, un punto importante per la sua maturazione artistica. Senza nessuna casa di produzione che possa proteggergli le spalle, il giovane salernitano non ha paura a buttarsi a capofitto in un genere che, purtroppo, in Italia non abbiamo ancora imparato ad apprezzare. Lo sci-fi, appunto. Dopo aver lavorato con due horror, il genere fantascientifico significa sperimentare, senza alcuna paura.

Martines lo fa e ci riesce, dimostrando a se stesso, o forse più probabilmente al giovane panorama italiano, che si può avere il coraggio di provare qualcosa di diverso, di nuovo.

Trama

Nell’ anno 2118, il pianeta Terra e la civiltà che l’ha popolata sono state completamente spazzate via a causa di un attacco alieno avvenuto nel 2117. L’intera popolazione è morta, ma c’è sopravvissuto uno: John Hawke, un ragazzo di 18 anni che ha visto la sua casa, insieme a molte altre cadere e distruggersi, ha visto la sua intera città perdersi nel vuoto, abissarsi. D’allora passa le giornata allenandosi, per rafforzare la sua agilità e per combattere gli Skulls, esseri alieni provenienti dal pianeta Harbrack. John, ogni giorno, tenta di mandare messaggi alla sua famiglia, senza però mai avere una risposta. O così credeva.

Riprese “sporche”

Tra i lati più interessanti rilevati dalla visione del corto, di certo le riprese e la fotografia occupano una posizione apicale. L’incipit in medias res ci butta immediatamente all’interno della storia senza dare spazio ad interrogativi inutili. La voce calda e profonda di Martines perfora la pellicola, rilassa ma, al tempo stesso, ci mantiene la suspense. Scandisce le tappe, descrive i momenti, Martines utilizza sapientemente le corde vocali come una colonna sonora su cui ricamare ogni ripresa. E, in stretto riferimento alle scelte musicali, di certo un grande punto a favore del corto è l’utilizzo di un pezzo iconico degli Eagles: I can’t tell you why.

Sono i piccoli particolari che ci fanno capire quanto lavoro ci sia dietro questa pellicola: si evince tutta la crescita artistica di Martines. Ma c’è di più. Le riprese di 2118 sono i dettagli che maggiormente possono far piacere ad un esperto o a un amante del cinema. Gli squarci salernitani duri e grotteschi, grandi palazzi nelle zone periferiche abbandonate sono stati catturati in tutta la loro veridicità.

John, interpretato da Martines stesso, è il protagonista ed unico vero ruolo attivo del corto. Pertanto, il lavoro del salernitano si trasforma in un drama, o meglio, un’opera teatrale. Il palazzo un vero e proprio palcoscenico shakespeariano, pieno di continuo monologhi, dove il tempo e la solitudine sono le continue muse ispiratrici. La videocamera costantemente puntata su Martines ci rinvia a tanti esperimenti cinematografici, basti solo pensare al capolavoro di Peter Weir, The Truman Show o, al più recente Hunger Games, con le sue riprese mosse, da cardiopalma, che potremmo definire “sporche”.

Sono 14 minuti durante i quali sembriamo assistere ad un drammatico Grande Fratello, con un John Hawke nelle vesti di un più recente Winston Smith. Insomma che lo chiamate 2118 o 1984 (capolavoro di George Orwell), “anche se sembra che non ci sono pericoli, i pericoli ci sono. I pericoli ci sono sempre“.

Il tempo – La chiave di lettura

Quando si è soli il tempo è innegabilmente lento. Un’ora sembra diventare un giorno. Un giorno diventare un anno. L’espediente dei compleanno del fratello Shawn (interpretato da Paolo Gentile) può risultare semplice, o persino banale, ma funzionale allo script. Ciclica è l’azione e l’arco temporale. Martines, tuttavia, non crea nulla di monotono, anzi, a tratti emoziona e riesce ad immedesimarsi: c’è tanto del salernitano nel giovane John e non può che essere un altro punto a favore della pellicola di Martines.

Potrebbero essere ravvisati solo due errori in questo cortometraggio: gli effetti visivi iniziali ancora un po’ troppo computerizzati (solo frutto ancora dell’inesperienza) e il finale, forse un po’ troppo affrettato.
Di certo va dato merito al giovane salernitano di aver lavorato con impegno, coraggio e dedizione. Aver prodotto qualcosa che in Italia nessuno sognerebbe di fare è un grande risultato: gli unici tentativi sono quelli di Salvatores.
2118 è qualcosa che riesce ad essere visto con piacere e curiosità, qualcosa di cui Martines deve sicuramente esserne orgoglioso.

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