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Continua il racconto della 73a Mostra del Cinema di Venezia. Sulla guerra e la religione (Parte 2)

 

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In questi giorni veneziani il tema della religione sembra essere centrale. Di sicuro è un tema delicato che in alcuni casi, come in Brimstone viene esasperato fino a rovinare la storia, in altri il discorso della religione diventa lo spunto per storie interessanti e punti di vista diversi. Ciò accade nella serie The Young Pope di Paolo Sorrentino che se c’è una cosa che riesce a fare bene è raccontare storie.

Devo confessare che in tempi non sospetti non ho amato questo regista tanto acclamato perché non sopportavo la sua preferenza per i movimenti di macchina che in certi casi mi sembravano presuntuosi, per non parlare dello smodato utilizzo del dolly che, a quanto pare, inserisce già in fase di scrittura come nota di regia. Oppure per la presenza random di animali di varie specie. Dopo la giraffa e i fenicotteri della Grande bellezza questa volta troviamo un canguro. Ma ormai mi sono abituata, è Sorrentino e questo è il suo stile. Ho imparato ad andare oltre e lì, dietro tutto questo virtuosismo ci sono sempre storie appassionanti, vere, che danno spunti di riflessione interessanti.

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Il protagonista della serie è Jude Law e non si poteva scegliere un attore migliore per l’ambiguità del suo volto e la sua espressività. Papa Pio XIII è un pontefice immaginario ma non impossibile che, dice Sorrentino, potrebbe arrivare in un futuro non si sa quanto prossimo. Lenny, questo è il suo nome, è un americano orfano cresciuto da una suora (Diane Keaton) che dimostra fin dal primo giorno chi è che comanda. Lenny è un conservatore e promette un pontificato difficile per coloro che lavoreranno al suo fianco, primo fra tutti un cardinale molto ambiguo interpretato da Silvio Orlando.

Ma sullo sviluppo della vicenda è ancora tutto da vedere e credo che Sorrentino meriti tutta la fiducia da parte dei consumatori professionisti di serie tv. Nonostante sia il suo primo lavoro televisivo, la serie rivela dalle prime puntate tutta la qualità di un lavoro sorrentiniano. Un lungo film di dieci ore che coglie l’occasione di vedere la chiesa dall’interno del suo cuore e svelarne tutte le contraddizioni e le ironie.

Sempre restando sul tema della religione un’altra bella visione cinematografica è stata il film di Mel Gibson, Hacksaw Ridge, ispirato a una storia vera, quella del soldato Desmond Doss (Andrew Garfield) obiettore di coscienza che salvò più di settanta suoi commilitoni durante l’assalto ad Hacksaw in Giappone. Ancora una volta la religione è il tema centrale e anzi in questo caso religione e guerra coincidono. Qui rispetto a Brimstone l’uso della fede è funzionale alla storia. C’è molta violenza anche in questo film ma non è mai gratuita.

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Le scene di guerra sono state davvero intense costruite con una regia calibrata e sapiente. È stato come rivivere il primo quarto d’ora di Salvate il Soldato Rayan ma tre volte più emozionante e intenso. È risaputo che Gibson è cattolico e molto credente e questo è evidente dai suoi film.

In quest’opera in particolare vi è una simbologia forte che si rifà al cristianesimo. Doss viene raccontato dall’inizio alla fine come un martire, un uomo che non intende impugnare alcun fucile, la cui unica arma è la preghiera e che dopo un’estenuante battaglia in cui perdono la vita molti uomini, resta sul campo, da solo a cercare i superstiti. Per metterli in salvo deve calarli giù da un monte attraverso una corda. Dopo molte ore le mani del giovane sanguinano per il continuo sfregamento con la corda. Il riferimento alle stigmate di Gesù è stato per me inevitabile. Un’altra scena simbolica è quella del recupero di Doss, che viene portato via con una barella sospesa in aria grazie alle corde. Un’ascensione vera e propria che vuole rappresentare il personaggio come un santo.

Hacksaw Ridge mi ha fatto riflettere anche sul tema della solitudine, sul fatto che a volte si è soli nella strada che ci porta alla meta. Nessuno può aiutarci se non una fede incrollabile verso noi stessi. Altrimenti cadiamo mentre chi non ci ha capiti resta lì a guardare. Nella storia Doss subisce l’incomprensione, l’indifferenza e talvolta la violenza dei suoi compagni di addestramento che non lo capiscono e inizialmente non lo rispettano.

Ma poi qualcosa cambia, viene sempre un momento in cui le cose cambiano, le persone si ricredono sul giudizio che hanno formulato. Ciò per la verità accade più spesso nei film che nella vita, ma quello che ci insegna Desmond Doss è che se crediamo nei nostri principi, se abbiamo gli occhi fissi sull’obiettivo, se abbiamo fede, prima di tutto in noi stessi e se siamo propositivi non solo otteniamo quello che volevamo, ma a un certo punto le persone, quelle intelligenti, capiscono.

Potrei tranquillamente inserire questo film nella triade dei film migliori di questa edizione. Consiglio di andare a vederlo perché non si tratta di un semplice film di guerra e mai come in questo periodo, film come questo, serie come The Young Pope possono aiutarci a capire cosa ci sta succedendo, cosa conta davvero.

Sul tema della guerra, di diversa natura rispetto a quelle mondiali e questa volta senza riferimenti al cristianesimo, ci torna anche James Franco. Una presenza fissa a Venezia, da ormai diversi anni. Due anni fa, sempre a Venezia mi aveva emozionata con L’urlo e il furore, film tratto da William Faulkner. Quest’anno si attinge ancora dalla letteratura, questa volta da John Steinbeck per un film, In dubious battle, che racconta dei primi scioperi contadini nel periodo della grande depressione. Il romanzo di partenza si intitola The Battle e Franco lo ha adattato in maniera magistrale dimostrando la sua maturità come regista e la grande abilità nell’adattamento dei classici della letteratura americana. Guardare i suoi film tratti da romanzi fa venir voglia di tornare a sfogliare quelle pagine, oppure sfogliarle per la prima volta.

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Vi dirò perché James Franco è per me un bravo regista e perché non mi delude mai. Perché amo la letteratura, perché mi piacciono i romanzi, specialmente i classici americani. Fra le pagine di un libro mi sento al sicuro. Un libro ben scritto non delude mai, ti rassicura sempre e se non capisci qualcosa puoi sempre tornare indietro e rileggerne le pagine.

Ebbene tutte queste sensazioni Franco riesce a farmele vivere anche con i suoi film tratti dai romanzi. Solo un altro regista è in grado di ottenere la stessa cosa, per quanto riguarda i film in costume tratti dai romanzi e quello è Joe Wright. Franco è sulla buona strada per raggiungere quel livello. Del resto non ci si può aspettare che dei capolavori da un laureato in letteratura. Chi meglio di lui può conoscerla? Ma non serve solo la conoscenza e James Franco ha ben dimostrato di avere una grande passione per l’arte, la letteratura e il cinema. È un artista instancabile, prolifico e creativo come pochi.

A tutti gli amanti della letteratura, ma anche a coloro che di solito sono scettici sui film tratti dai romanzi consiglio di vedere questo film.

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