Barbara Palombelli Sanremo 2021
screen da raiplay

Il monologo di Barbara Palombelli, teoricamente un “omaggio alle donne”, risulta un’occasione sprecata per riuscire a raccontarle davvero

L’occasione sul palco della quarta serata di Sanremo 2021 è succulenta. La giornalista Barbara Palombelli, però, trasforma un monologo, che doveva essere un omaggio alle donne, in un racconto autobiografico disseminato di paternalismo.

Potrebbe interessarti:

“Le donne italiane tengono le famiglie tranquille”

La co-conduttrice esordisce raccontando la categoria femminile. Queste le sue parole: “Le donne italiane tengono le scuole aperte attraverso i tablet, tengono le famiglie tranquille, accudiscono le persone che hanno la positività”. Nessuna reticenza da parte sua ad indentificare le donne solo come madri, come intermediatrici pacifiche e remissive, come crocerossine. Nessun riferimento a chi non è un “angelo del focolare” perché i figli non può averli o semplicemente perché non li vuole, a chi divide anche con altri il ruolo di “educatrice” della sua prole. Una donna, quella fotografata dalla Palombelli, che sembra uscita da una cartolina degli anni ’50: anacronistica, sbiadita, limitata nello spazio ristretto di uno stereotipo.

“Difendersi con il sorriso” e lo scivolone su Tenco

I pregiudizi si possono abbattere, eppure ciò che sembra suggerire il monologo, svilendo la lotta delle nuove generazioni, è un immobilismo pericoloso: “Noi negli anni ’70 i diritti li abbiamo costruiti, voi donne giovani li avete trovati già fatti‘. Arriva una conferma palese quando la Palombelli insiste sul fatto che “le donne forti, le donne vere – senza specificare i criteri di questa classificazionedevono difendersi con il sorriso“.

A questo punto, cita le parole di una serie di uomini e di tutti quelli (ancora uomini) che l’hanno chiamata nelle varie redazioni per cui ha scritto; incoerente e surreale, in questo frangente, non dar voce a quelle donne che non siedono comodamente al tavolo del patriarcato. La narrazione della Palombelli, inframezzata da vecchie canzoni, sfocia sempre più nell’autocelebrazione della propria carriera: pochi gli spunti interessanti che si spengono prima che la giornalista riesca a consegnarceli in modo convincente. La goccia che fa traboccare il vaso di questo monologo è uno scivolone imbarazzante sulla morte di Luigi Tenco, catalogata come “gioco con la pistola”.

L’invito finale è contraddittorio e spiazzante rispetto alle parole precedenti: “Studiare fino alle lacrime e lavorare fino all’indipendenza“. Infine, forse solo per lanciare il pezzo di Diodato, la giornalista ci incalza: “Donne, fate rumore”.

Letture Consigliate