Cannabis, uso medico: al voto in America per la legalizzazione



Americani chiamati a votare in merito alla legalizzazione della cannabis, mentre proseguono gli studi sulla sua efficacia clinica in diverse patologie

Cannabis o non cannabis. Questo il dilemma. L’uso dei cannabinoidi a scopo terapeutico è oggetto di acceso dibattito ormai da tempo. E lo è a livello mondiale. L’8 novembre scorso verrà ricordato non solo per l’elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti, ma anche per il voto in merito alla legalizzazione della cannabis.

La situazione attuale in America

Florida, North Dakota, Montana e Arkansas si sono aggiunti agli altri 25 Stati nei quali l’impiego terapeutico della cannabis era già stato legalizzato, portando così a 29 il numero totale dei Paesi che consentono, attraverso una legislazione appropriata, l’utilizzo della cannabis e dei suoi derivati ai pazienti che ne hanno necessità.

In Florida, la legge stabilisce che patologie quali cancro, HIV, disturbo da stress post – traumatico e morbo di Parkinson sono suscettibili di trattamento con cannabis.

La legge consente in North Dakota di possedere fino a 3 once (circa 90 grammi) di cannabis per il trattamento di una dozzina di patologie.

Nel Montana, non vi è più un limite massimo di pazienti per ciascun fornitore di cannabis, come invece stabilito dalla legge precedente che imponeva un limite di tre pazienti.

Anche in Arkansas, è consentito ai soggetti affetti da patologie gravi (18 sono quelle ammesse dalla legge, tra le quali cancro, glaucoma, sindrome di Tourette, morbo di Alzheimer ed epatite C) di ottenere cannabis dai dispensari autorizzati dallo Stato, ma ne è vietata la coltivazione.

Altri quattro stati – California, Nevada, Maine e Massachusetts – nei quali era già previsto l’impiego in campo medico dei cannabinoidi, hanno deliberato anche per il loro uso a scopi ricreativi.

L’elezione di Trump alla guida degli USA potrebbe cambiare questo scenario ormai consolidato, influendo sulle indicazioni all’utilizzo medico e/o ricreativo della cannabis, anche se in campagna elettorale il neoletto Presidente ha garantito ai singoli stati ampia libertà decisionale.

In Italia

È attualmente all’esame della Camera la proposta di legge volta a legalizzare la cannabis nel nostro Paese. Approdata in aula il 25 luglio, la proposta intende rivoluzionare l’attuale normativa costituita dal DPR n.309/1990, tornata in vigore dopo la dichiarazione di incostituzionalità della Fini – Giovanardi che si caratterizzava per l’inasprimento delle sanzioni relative alla produzione (inclusa la coltivazione personale), al traffico, alla detenzione illecita e all’uso di sostanze stupefacenti.

Il testo di legge è stato elaborato da un gruppo di 100 parlamentari di quasi tutte le formazioni politiche, avente come promotore il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova, e prevede:

  • La possibilità di coltivare cannabis per uso personale fino ad un massimo di 5 piante, previa comunicazione all’ufficio regionale dei Monopoli;
  • La creazione di coltivazioni associate, senza scopi di lucro, sul modello dei “cannabis social club” spagnoli;
  • Il possesso a scopo ricreativo, consentito ai maggiorenni, di una piccola quantità di cannabis, ma con il divieto di spaccio e di consumo in luoghi pubblici;
  • La commercializzazione della cannabis in un regime di monopolio statale;
  • Norme tese a semplificare l’accesso alla cannabis in ambito medico, attraverso il superamento degli ostacoli burocratici che rendono tuttora lento e macchinoso l’utilizzo dei cannabinoidi a scopo terapeutico.

L’opinione degli studiosi

Numerosi scienziati sono scesi in campo per esprimersi in materia di proibizionismo e legalizzazione delle droghe leggere a scopo terapeutico. Il Prof. Maurizio Bifulco, attuale Presidente della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Salerno, in un articolo recentemente pubblicato su L’Espresso dice basta al proibizionismo, chiarendo i vantaggi che possono derivare dalla liberalizzazione nell’uso dei cannabinoidi, dal punto di vista sia medico che sociale. Tra questi, un rilancio dell’agricoltura che favorirebbe un più ampio rilancio economico per l’Italia, e minori profitti alla criminalità organizzata, oltre all’ormai indubbia utilità in campo medico.

La cannabis in medicina: studi scientifici e prospettive future

Le ricerche sulle azioni farmacologiche della cannabis e sulle sue possibili applicazioni cliniche costituiscono una fonte inesauribile di conoscenze e di nuove acquisizioni.

La cannabis ha alle spalle una storia millenaria come pianta medicinale, minata, però, dall’avvento del proibizionismo che negli ultimi 60 – 70 anni ne ha notevolmente ridotto l’impiego in campo terapeutico. È ormai riconosciuta e confermata da studi clinici l’efficacia dei cannabinoidi nella gestione del dolore neuropatico e spastico, nel dolore tumorale e nel trattamento della nausea dovuta a chemioterapia.

Ma, a quanto sembra, le potenzialità cliniche e terapeutiche della cannabis non finiscono qui. Il cannabinoide THCV (tetraidrocannabivarina) riduce i livelli di glucosio e può portare altri benefici nei pazienti affetti da diabete mellito di tipo 2. È quanto emerso da una ricerca recentemente pubblicata su Diabetes Care . Gli autori, provenienti dalle Università di Oxford, Nottingham e Westminster, hanno concluso che il THCV potrebbe rappresentare un nuovo agente terapeutico nel controllo glicemico nei soggetti con diabete di tipo 2.

Non solo. Alcune ricerche hanno dimostrato una minore incidenza di obesità e diabete tra i consumatori di cannabis, fornendo valide possibilità di sviluppo di farmaci cannabinoidi contro le patologie del metabolismo.

Murray Mittleman, dell’Unità di Ricerca Epidemiologica Cardiovascolare di Boston, ha analizzato i dati di 5mila pazienti selezionati tra consumatori abituali di cannabis di età compresa tra 20 e 59 anni. Il team da lui guidato ha esaminato le relazioni esistenti tra l’assunzione di cannabis e i valori di glicemia, insulina, pressione sanguigna, colesterolo, massa corporea e circonferenza addominale. Tutti gli indicatori di patologie del metabolismo o cardiovascolari sono risultati inferiori nei consumatori attuali o pregressi di cannabinoidi. La ricerca di Mittleman è stata ripresa da Joseph Alpert, direttore dell’American Journal of Medicine, il quale ha sottolineato la necessità di approfondire ulteriormente gli studi sugli effetti di THC e CBD (cannabidiolo) in patologie quali cancro e diabete.

Giunge dal Minnesota un’altra novità: l’autismo potrebbe essere aggiunto alle patologie per le quali è ammesso l’uso terapeutico della cannabis, dopo le numerose testimonianze di famiglie con figli affetti da autismo che hanno trovato giovamento nell’utilizzo di cannabinoidi ad alto contenuto di CBD. Un medico israeliano, Adi Eran, è intenzionato a mettere ordine nel mare magnum degli esempi – finora solo aneddotici – dell’efficacia della cannabis nell’autismo e nella sindrome di Tourette (quest’ultima inserita tra le poche patologie per le quali è attualmente consentito l’uso dei cannabinoidi in Minnesota). Oltre all’autismo, sono state prese in considerazione come condizioni suscettibili di trattamento con cannabis anche l’insonnia, il disturbo da stress post – traumatico e la depressione.

 

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