La Casa di Carta è la serie televisiva spagnola di maggiore successo degli ultimi anni e si colloca tra le prime 20 serie del momento: 8 rapinatori con nomi di città per nascondere le loro identità (Tokyo, Mosca, Berlino, ecc.), guidati dal “Professore”, il geniale ideatore della rapina perfetta. Netflix ha annunciato l’uscita della seconda stagione

La Casa di Carta (La Casa de Papel) è una serie spagnola del 2017. Trasmessa per la prima volta in Spagna sul canale Antena 3, è stata poi acquistata da Netflix. Attraverso il gigante americano, ha potuto spiccare il volo e, per la gioia dei “seriofili” sparsi in tutto il mondo, raggiungere anche gli schermi più remoti. Il risultato della traversata globale è stato sorprendete: La Casa di Carta è una delle serie più viste dell’ultimo periodo, posizionandosi tra le prime 20 serie al mondo più popolari secondo l’Internet Movie Database.

Alla base di questo grande successo c’è una trama intrigante, in cui si mescolano azione, dramma, commedia e persino romanticismo, il tutto costruito sulla base di un thriller poliziesco.

La trama

La narrazione ha inizio con la rapina alla Zecca di Stato (la Fábrica Nacional de Moneda y Timbre, cioè la “casa di carta”). Il piano è stato organizzato nel dettaglio dal Professore (Álvaro Morte), personaggio misterioso di cui non si conosce nulla se non la sua eccezionale genialità.

Sono, inoltre, assoldati 8 rapinatori, ciascuno specializzato in specifiche mansioni necessarie alla perfetta esecuzione del crimine, dallo scasso di cassaforte ad operazioni hacker. Con uno stratagemma alla stregua de Le Iene di Tarantino, viene loro imposto di adottare dei nomi di città per occultare, anche tra loro stessi, le proprie identità.

Tokyo (Úrsula Corberó), Mosca (Paco Tous), Berlino (Pedro Alonso), Nairobi (Alba Flores), Rio (Miguel Herrán), Denver (Jaime Lorente), Helsinki (Darko Peric) e Oslo (Roberto García) vengono radunati all’interno di una casa di campagna dove, per 5 mesi, vengono istruiti dal Professore prima di passare all’attacco. A narrare i fatti è l’impulsiva e provocante rapinatrice Tokyo, snocciolando nel corso del racconto frequenti flashback dei preparativi a quella che si preannuncia essere la più grande rapina della storia.

Ma non tarda ad arrivare l’intervento della polizia che, coordinata dalla brillante ispettrice Raquel Murillo (Itziar Ituño), intraprende una controversa negoziazione con i rapinatori per il rilascio degli ostaggi. A partire da questo momento comincia a svilupparsi un intreccio di giochi psicologici tra l’ispettrice e il Professore che, episodio dopo episodio, condurrà ad una sempre più ardente tensione tra i due personaggi.

Spingendosi vicendevolmente sul filo del rasoio, lo spettatore attende col fiato sospeso, spesso nel dubbio circa la scelta della fazione per cui parteggiare. Legge ineguale o crimine di giustizia? Violenza autorizzata o resistenza illegittima? L’ispettrice o il Professore? Moralità ed etica intraprendono vie ambigue all’interno della serie, non lasciando spazio a definizioni nette.

A ricoprire l’intricato ruolo del Professore è lo straordinario Álvaro Morte, già noto per l’insospettabile interpretazione di Lucas nella telenovela Il Segreto (molto seguita, tristemente, anche in Italia).

Tuttavia, ciò è la prova della grande versatilità di cui l’attore gaditano è dotato. Impeccabile nelle espressioni, nei gesti e perfino nel tono di voce assunti per portare in scena al meglio il conflitto tra bene e male vissuto dal geniale Professore. Un uomo che, pur consapevole dell’enorme entità del reato commesso dinanzi alla legge, mira a scagionarsi puntando al consenso dell’opinione pubblica, con velleità da moderno Robin Hood. Ma l’astuto piano, programmato da anni fin nei più impensabili particolari, subirà delle deviazioni imprevedibili a causa dell’unico tipo di errore che il Professore non ha tenuto in conto: l’errore umano.

Non di minore qualità artistica è il resto del cast, composto da un mix di nuove leve e veterani della recitazione iberica, tra cui anche il galiziano Pedro Alonso, premiato in patria per il ruolo del sequestratore psicopatico Berlino.

Dopo aver visto la Casa di Carta, un pensiero è stato inequivocabile: finalmente una serie non americana riesce ad imporsi sul panorama internazionale. Senza dubbio questo è dovuto, in parte, alla diffusione mondiale attraverso Netflix (che ne ha, inoltre, modificato il minutaggio, passando dai 9 episodi originali da 70-75 minuti a 13 episodi da 45-50 minuti).

Ma il vero boom de La Casa Di Carta si spiega soprattutto grazie all’elevata caratura della serie, in modo particolare per quanto riguarda interpretazione e sceneggiatura. Non a caso, risulta essere anche una delle serie più premiate del paese negli ultimi anni.

È, perciò, possibile affermare che non esistono più solamente i vari Ryan Murphy e fratelli Duffer. Non si sa se Álex Pina – l’ideatore della serie – lo abbia mai pensato, ma sicuramente è quello che inizia a frullare nella mente dello spettatore. Si tratta di un’idea recondita, ben nascosta, che, poco a poco, inizia a sgomitare per farsi spazio nell’esclusivo privé mentale dedicato da sempre alle serie born in the USA.

Di pari e, spesso, superiore livello alle sorelle statunitensi, la portata della serie è assolutamente internazionale. E non ha nulla da invidiare, in termini quantitativi e qualitativi, alle più famose serie TV dello show business mondiale. Senza nulla togliere al buon sano americanismo che ha nutrito e allevato ogni generazione tele-dotata, la Casa di Carta ha solo da aggiungere. E anche tanto.

Nel frattempo, i fan di tutto il mondo, rimasti in trepidazione dal termine del 13esimo episodio a suon di Bella Ciao – il celebre canto partigiano è richiamato più volte nel corso della stagione –, restano in attesa dell’uscita della seconda temporada, annunciata da Netflix per il 6 aprile.