Climax: l’orrore psichedelico creato da Gaspar Noè

Climax
Screenshot da YouTube

Per il suo nuovo titolo, Climax, l’eclettico e controverso regista argentino punta su danza e LSD. Ne deriva un’esperienza indimenticabile, in tutti i sensi

Con colpevole ritardo (italiano). Quando parliamo di Gaspar Noè, dobbiamo sempre andare con i piedi di piombo. Il regista francese è uno degli elementi più validi della scuola autoriale transalpina dell’ultimo ventennio. Il punto è che, così come è definito dai più un autore stravagante e sensazionale, ha acquistato, negli anni, la nomea del “folle” di turno. Certo, che faccia cinema anti-convenzionale, che non si ferma ai dettami attuali, ma li trasgredisce e li deforma costantemente, è cosa ormai acclarata. Mai, però, aveva fatto un’immersione nella branca dell’horror. Climax, infatti, è la sua prima “escalation” nel mondo del cinema del brivido.

Chi conosce per bene il regista, sa benissimo di trovarsi di fronte ad un cineasta che tenta continuamente di impressionare il pubblico, e non in senso positivo. L’utilizzo di immagini forti, di colori dalle tinte sgargianti quasi a far sanguinare gli occhi, di un cinema-verità e di sequenze stomachevoli che difficilmente troviamo da altre parti, connota Noè nei registi “disturbanti” per eccellenza. Dietro il disturbo e l’impressione che Noè vuole suscitare, però, vi è una poetica del tutto in evoluzione, che di film in film cambia il suo soggetto principale.

Se nei precedenti film il regista trattava due argomenti così delicati come l’amore e i rapporti familiari in un modo visionario e anche feroce e crudele, in Climax nemmeno si risparmia. Cambia, però, il tema, il soggetto della visione. Questa volta, per dar voce al suo tema orrorifico, il francese si sposta su altri due eccessi umani: droga e alcol.

Certo, nulla di nuovo. Qualcosa di simile era già avvenuto in Enter The Void. Ma, mentre in quel film assumeva connotati filosofici, in Climax sono le due sostanze a sconvolgere il tutto. E a creare orrore e angoscia nello spettatore.

Un “tranquillo” ballo pauroso

Con Climax, sicuramente Noè crea uno dei suoi più disturbanti “pezzi da novanta“. La vicenda ci porta indietro di ben ventidue anni, nel 1996, ispirandosi ad un vero fatto di cronaca avvenuto proprio quell’anno.

Un breve cappello introduttivo segnato da interviste varie (e sconclusionate) a ballerini francesi che raccontano i propri sogni e le proprie ambizioni ci immerge già nella vicenda. Questi venti giovani danzatori (tra cui la protagonista Sofia Boutella) sono stati selezionati per l’ingresso in una compagnia di danza che prevede, al termine del corso, un viaggio negli Stati Uniti.

Quella che doveva essere, però, una festa all’interno del collegio in cui alloggiano diventa in poco tempo un incubo. Infatti, tramite uno stratagemma, qualcuno di loro aggiunge dell’LSD alla sangria preparata per la festa, alcolico che tutti bevono avidamente fino allo sfinimento.

Tutto ciò provoca un delirio allucinogeno, che prende forma alla distanza e che farà venir fuori gli impulsi e gli istinti animali di ognuno di loro. A questo punto, la protagonista cerca disperatamente di capire chi abbia messo la droga nella sangria ma l’effetto allucinogeno tocca anche lei.

Una vicenda dove l’orrore prende forma pian piano (tramite un Climax ascendente, per l’appunto). E che sciocca lo spettatore, fino ad un’esplosione finale incredibile.

Un “bad trip” psichedelico

La poetica di Noè è racchiusa tutta qui. Se dovessimo descrivere Climax, ci affretteremmo a dire che è una cernita di tutta la poetica con cui il regista ha contagiato quasi trent’anni di carriera cinematografica. Prima di essere un film dell’orrore, la pellicola è innanzitutto un “bad trip psichedelico, un’esperienza audiovisiva multisensoriale (Enter The Void docet) che lascia scioccato lo spettatore minuto dopo minuto.

Tra piani sequenza e vorticosi giri di camera, Noè ci mostra, oltre alla smisurata dote registica, tutte le peggiori atrocità e gli effetti che la droga può dare. Inutile dire che il regista molto deve a film come il Suspiria di Argento (con cui condivide i tratti “gialli”), The Neon Demon di Refn e anche Buñuel, Pasolini e Żuławski (esplicitamente citati). Un cinema colto, dunque.

L’orrore, in questo caso, è qualcosa che ci contagia pian piano, minuto dopo minuto, che aumenta la suspense perfettamente fino ad un punto di rottura che ci sconvolge. Penetra l’anima e la psiche fino a renderla pura materialità senza un vero e proprio scopo. Non ha paura di esporre i tratti animaleschi della condizione umana, una volta che ad essa è stato tolto ogni freno. I protagonisti sono rinchiusi in gabbia, pronti a scannarsi per ogni singola cosa e a proporre anche gesti estremi e insensati pur di esaltare sé stessi.

Un film, Climax, che ci mostra, ancora una volta, quanto l’auto-referenzialità sia la causa di tutti i mali. Che illustra, ancora una volta, la piaga dei nostri tempi: il prediligere noi stessi a discapito, sempre, di qualcun altro.

La tecnica di Noè

Climax non è un film solo citazionista. Noè usa tutto ciò che conosce per portare avanti la sua poetica sui corpi attraverso l’estetica dell’estremo, mettendo come sempre a dura prova lo spettatore. E ci riesce in maniera perfetta, anche grazie ad una fotografia accecante, i cui colori son talmente tanto accesi da provocare malesseri e a una potentissima regia, dove Noè non lesina nel mettere in mostra tutto il suo talento e le sue incredibili doti da cineasta.

Climax è un film non per tutti, un film figlio del cinema estremo degli anni ’70, appartenente ad un’altra epoca, fuori dal contesto. Ed è cinema provocatorio, viscerale, iper-realista e onirico allo stesso tempo, che prende le logiche del mercato e le ribalta. Può piacere oppure no, senza mezzi termini. Ma innegabilmente ha una potenza fuori dal comune.