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Exodus: Ridley Scott propone una debole versione della storia di Mosè, copiando dal suo Gladiatore

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Ridley Scott, regista di Il Gladiatore, Blade Runner, Thelma e Louise, Robin Hood e del più recente The Councelor, è tornato nelle sale cinematografiche con Exodus, il kolossal ispirato alla storia di Mosè e all’esodo, appunto, del popolo ebraico dal regno d’Egitto.

Il protagonista è Christian Bale e l’accoppiata con Scott può solo essere indice di successo commerciale ai botteghini, per non parlare del fatto che si tratta di una delle storie più epiche mai raccontate oltre che rappresentate. Basta citare I dieci comandamenti di Cecil B. De Mille con Charlton Heston e il film di animazione della DreamWorks, Il principe d’Egitto, che è rimasto forse l’esempio più compiuto ed emozionante della vicenda del pastore Mosè raccontata sul grande schermo.             Exodus2

La base era dunque molto buona, eppure qualcosa è andato storto e l’effetto non è stato quello che ci si aspettava.

Per fare una sintesi di quello che Ridley Scott ha proposto agli spettatori basta immaginare Il Gladiatore che incontra Balla coi lupi, che incontra Lo Squalo (ma con i coccodrilli) che incontra Titanic con un protagonista che si chiama Mosè, ma che ha più che altro l’indole del guerriero più che del pastore di anime e che la folla incita urlando il suo nome esattamente come in quelle memorabili scene di massa che abbiamo visto quindici anni fa nel Gladiatore. Non sono solo le scene di massa l’unica similitudine con la vicenda dell’ispanico, ma la stessa rivalità fra il guerriero e l’erede al trono viziato e incapace di governare. Anche in questo film vediamo il sovrano avere la sua preferenza per il figlio adottivo e come nel Gladiatore la morte improvvisa del re mescolerà le carte.

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Come in Balla coi lupi, il protagonista vive un momento di trasformazione al punto da passare da una civiltà all’altra e sposarne completamente la mentalità. Nella vicenda raccontata dalla Bibbia, Mosè diventa un pastore e conduce la sua vita in totale tranquillità fino al momento in cui, alla ricerca di una pecora smarrita, s’imbatterà in un luogo sacro dal quale una voce, quella di Dio appunto, gli rivelerà il suo scopo sulla terra.

In questo caso il regista ha voluto dare a Dio le sembianze di un bambino ed è con questo che Mosè parla e si confronta, persino ci litiga in alcuni momenti. È indubbia la difficoltà di dare forma al Divino quando non si può sapere con certezza in che modo si sia manifestato, ma in questo caso era sufficiente e molto meno grottesca una voice off che parlava con il protagonista. Immaginare che dietro il volto di quel bambino vi fosse una divinità è ai limiti del comico.

È chiaro che Ridley Scott non ha voluto prendere alla lettera il racconto dell’Esodo e che il modello cinematografico di riferimento (il film di De Mille) è stato solo uno spunto e che la religione e la storia lasciano spazio al fantasy e alle grandi scene di battaglia, ma se proprio voleva essere originale, allora doveva evitare di copiare da se stesso.

Exodus è un film che lascia il tempo che trova, con personaggi poco approfonditi e altri che spariscono senza che si sappia più nulla di loro; il classico Blockbuster di intrattenimento, neppure troppo riuscito.

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