Finlandia: il reddito di base universale non crea lavoro



Finlandia

I primi risultati dell’esperimento, in Finlandia, non sono assolutamente quelli sperati. Il mercato del lavoro è ancora fermo

L’Italia dovrebbe guardare alla Finlandia, per comprendere meglio le politiche da attuare per risollevare il Paese. Ma non in maniera positiva, naturalmente. Se è vero che il modello statale immaginato da Luigi Di Maio si rifà proprio ai paesi nordici, infatti, la cosa dovrebbe preoccupare e non poco gli italiani.

Infatti, stando ai primi risultati che arrivano dall’esperimento, il reddito di base garantito crea maggior benessere e serenità. Il problema è che non aiuta a reinserirsi nel mercato del lavoro. Il Governo di centrodestra finlandese è sotto accusa. Questo perché non mira a ravvivare l’economia nazionale, ma solamente a promuovere un assistenzialismo che garantisce ulteriore immobilità sociale.

A diffondere i risultati è stato l’Istituto nazionale di previdenza sociale Kela, che ha condotto l’esperimento. Per due anni un campione di 2mila persone, scelte a caso tra i disoccupati tra i 25 e i 58 anni, ha ricevuto un assegno mensile di 560 euro non tassati. In questo modo, i beneficiari avrebbero dovuto essere incoraggiati ad accettare anche lavori part-time o poco pagati, senza timore di perdere l’assegno.

Senza contare il vantaggio di avere più tempo a disposizione per progetti o iniziative individuali, non essendo costretti a riempire costantemente moduli negli uffici di collocamento. In poche parole, avrebbe dovuto essere favorito il reinserimento nel mercato del lavoro.

I risultati preliminari appena pubblicati parlano però chiaro su questo fronte: i beneficiari del reddito di base in un anno hanno lavorato mediamente mezza giornata in più del gruppo di controllo. Dunque, su questa base, si può tranquillamente affermare che il reddito di base universale promosso in Finlandia ha lasciato inalterate le sorti dell’intera nazione.

Questo è importantissimo, anche e soprattutto per il Paese italiano. Infatti, esso si può ricollegare al reddito di cittadinanza.

Serve davvero?

A questo punto, la domanda è più che lecita. Se applichiamo i risultati ad un Paese comunque molto più florido dal punto di vista economico, come la Finlandia, già si cominciano ad avvertire i primi scricchiolii. Ma, in Italia, la situazione economica è molto peggiore di ciò che si pensi, dato il recente stato di recessione.

Viene da chiedersi, dunque, se questa sia una misura adatta a risollevare il motore economico di una nazione sull’orlo del collasso. Già Ohto Kanninen, coordinatore della ricerca in Finlandia sulla misura, si è espresso in merito: “Su queste basi possiamo dire che non è stato nè meglio né peggio ai fini dell’occupazione.

Dunque, a conti fatti, si tratta di una misura inerme, che non salva né condanna, che dovrebbe garantire il proseguimento dell’immobilità sociale. In Finlandia la misura è già stata, per larghi tratti, bocciata proprio in partenza. In Italia, se e quando verrà attuata, chissà come andrà a finire.

I pronostici, però, non sono molto favorevoli. Un altro buco nell’acqua, quindi, si prospetta per il Governo Lega-M5S. E, a pagare, neanche a dirlo, sono sempre loro: i poveri cittadini.

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