4 Dicembre 2017 - 12:10

Gente di Dublino, l’opera nichilista di Joyce tra le diverse età dell’uomo

Gente di Dublino

La raccolta dell’irlandese James Joyce, Gente di Dublino, è disegnata attraverso le quattro età dell’uomo. 15 racconti che seguono un unico tema: la paralisi morale

Che Gente di Dublino abbia lasciato un segno nel panorama letterario mondiale è un dato certo. Chissà, nemmeno James Joyce avrebbe mai pensato nel 1914, che “Dubliners” – questo il titolo in lingua madre – avrebbe lasciato una straordinaria eredità letteraria.

La struttura

I quindici racconti sono (in maniera sottesa) suddivisibili in quattro parti. La prima (Le sorelle, Un incontro, Arabia), che consta di tre racconti, ha una narrazione in prima persona. Si parte quindi dall’infanzia (Childhood). La seconda (Eveline, Dopo la corsa, Due galanti, Pensione di famiglia) procede, invece, con una narrazione in terza persona e si incentra sul periodo adolescenziale. La terza (Una piccola nube, Rivalsa, Polvere, Un caso pietoso) sono chiaro riferimento alla stagione più “matura” dell’uomo. Mentre Il giorno dell’Edera nell’ufficio elettorale, Una madre, La Grazia e I morti – il racconto più celebre e lungo della raccolta – completano il quarto gruppo che pone fine al tracciato narrativo delineato da Joyce.

Che non vi sia di inganno la frammentarietà dell’opera irlandese: c’è una chiara ed evidente unità “architettonica”. Anche per questo, Gente di Dublino va annoverato tra i grandi romanzi del ventesimo secolo.

L’inconfondibile penna di Joyce

Gente di Dublino è realismo puro: dalla descrizione dei paesaggi naturali concisa ma dettagliata, fino a una mole di dettagli – sicuramente non essenziali – che non hanno uno scopo descrittivo ma uno specifico significato più profondo.

Il realismo e naturalismo della scuola francese e italiana (Zola e Verga) sono combinati con tratti simbolistici, e questo si nota non solo nel fatto che i dettagli esterni hanno spesso un doppio significato. La tecnica dell’epifania permette a un insignificante particolare o gesto di portare un personaggio ad una visione spirituale d’insieme utile a comprendere se stesso e ciò che lo circonda.

L’epifania risulta essere la chiave della storia stessa, quasi più della trama stessa: alcuni episodi apparentemente inutili o quasi, si rivelano essenziali nella vita del protagonista e sono un emblema del suo contesto sociale e storico.

Joyce abbandona completamente la tecnica del narratore onnisciente. Sfrutta il punto di vista di tutti i personaggi presenti nei vari racconti, attraverso monologhi interiori, flussi di coscienza, oppure mediante l’uso del discorso diretto.

Dubliners – la cultura dello “spiritualmente debole”

Ogni romanzo è frutto dei suoi tempi, degli ideali dell’autore stesso, degli usi e costumi correnti di quel periodo. Dubliners è una critica amara ai valori della borghesia della società irlandese, rea secondo Joyce di essere anti-umana. La paralisi morale dei cittadini di Dublino si manifesta nei piccoli atti del quotidiano, che in un un’ottica più ampia e decisamente generale, ricade sulle attività governative dei primi del Novecento e sulle pratiche religiose così diverse tra Cristiani e Protestanti.

I rapporti umani appaiono sterili, futili, e le parole scompaiono nel vuoto vertiginoso della mediocrità. I cittadini hanno paura l’uno dell’altro, schiavi indiscreti della loro stessa cultura; ma Joyce cerca di tracciare – non è avallabile uno scopo didascalico – un punto di svolta: conoscere se stessi è alla base della morale. Dubliners spaventa il lettore per la cruda realtà rappresentata senza filtri. Joyce non ha paura di eccedere: ciò a cui si assiste è a una vita finta ed artificiale. La grandezza dello scrittore di Dublino, infatti, risiede nel fatto – più che accreditato – di essere stato tra i primi grandi prosatori a denunciare la crisi di valori che ha caratterizzato il sorgere del secolo scorso.

La middle class tanto auspicata dagli ideali francesi pre – e post – Rivoluzione diviene misera, subola, squallida. Agisce quasi meccanicamente, si muove ciecamente in un’esistenza monotona e chiusa. Non sa scegliere, non comprende fatti più grandi della loro semplice quotidianità, non prova passioni, o almeno non più. E’, a tutti gli effetti, morta.

L’eredità di Gente di Dublino

Joyce è dunque un precedente. Un genere nuovo, uno stile diverso, una narrazione che ci spinge a pensare che qualcosa nella nostra vita può cambiare. Ci si inizia a porre nuove domande, considerazioni su una vita artificiale e fittizia; pensieri su quante inutili regole ingessano gli essere umani.

Gente di Dublinio anticipa i tempi, discussioni che ancora oggi vengono trattate in forma scritta e audiovisiva. Quanto c’è di James Joyce in The Truman Show? Nei reality TV, nei valori ormai meschini del ventunesimo secolo?