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Il Governo Draghi conta 15 ministri politici e 8 tecnici. Scelte che, inevitabilmente, avvantaggiano qualcuno e danneggiano altri. Analizziamo il perché

E così inizia il Governo Draghi. Oggi, alle ore 12, i nuovi Ministri hanno giurato al Quirinale. Dopodiché c’è stato il rituale del passaggio di consegne tra il premier uscente Giuseppe Conte e quello entrante, Mario Draghi. Stando alle indiscrezioni che filtrano, il primo Consiglio dei Ministri del prossimo Governo potrebbe esserci già domenica, mentre a metà settimana prossima potrebbe esserci il voto di fiducia alla Camera e al Senato. Un Governo atipico: un mix di politici e tecnici sul modello del Governo Ciampi. Solo che stavolta i partiti non hanno potuto mettere bocca sulla composizione della squadra. Hanno fatto tutto Draghi e Mattarella. E considerata la squadra presentata dall’ex direttore della BCE, sorge spontaneo chiedersi chi ha vinto e chi ha perso a questo giro.

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Renzi: una vittoria di Pirro

Tra i protagonisti di questa fase storica, nonché vincitori nel senso stretto del termine, spicca sicuramente Matteo Renzi. Il leader di Italia Viva ha ottenuto quello che voleva: far sloggiare Conte da Palazzo Chigi e aprire la strada alla nascita di un Governo di unità nazionale. Un calcolo politico che ha condotto con freddo cinismo, perseveranza e una non poca dose di egoismo e mitomania. Ma il prezzo è stato pesantissimo: agli occhi dell’opinione pubblica Renzi è più impopolare che mai. La scelta di far cadere il Governo Conte II è ampiamente considerata una trama di palazzo ai danni dell’ex premier. E il fatto che MES, Reddito di Cittadinanza, la Sanità, il Recovery Plan e tutte le belle intenzioni che hanno spinto Renzi a staccare la spina al Conte 2 siano evaporate di fronte al “sosteniamo Draghi senza condizioni“, spinge 11 italiani su 10 a ritenere che Renzi non sia capace di mettere il bene del Paese ed il senso istituzionale davanti all’interesse personale. La legge del contrappasso punisce Italia Viva: ora al Governo Draghi rimane solo la Ministra Bonetti, alle Pari Opportunità. Non esattamente quello che sperava Renzi, dal momento che il suo partito è stato diluito oltremodo dalla mega-maggioranza. E prima o poi si tornerà a votare di nuovo.

Salvini vince, ma la sua scelta gli costerà molto cara

Matteo Salvini è uno di quelli che guadagna dalla nascita del Governo Draghi. Passa dall’opposizione al Governo, con tre caselle di tutto rispetto e risonanza popolare: Sviluppo Economico, Turismo e Disabilità. Appoggiando Draghi la Lega può riacquisire un minimo di considerazione agli occhi dell’establishment europeo, e potrà dire la sua nella spartizione della torta dei 209 miliardi. E potrà marcare stretto Draghi grazie alle abilità politiche di Giorgetti, il nuovo titolare del MISE. Ma tutto questo avrà un prezzo. E promette di essere assai salato. Intanto, i tre nuovi ministri leghisti non sono certo salviniani di ferro: appartengono all’ala più moderata e “collaborazionista” della Lega, quella che prima ha creato la svolta nazionalista e ora quella europeista. Giorgetti, in particolare, ora si trova in una posizione dove potrà facilmente mettere in ombra Salvini, sfoggiando capacità politiche, dialettiche, culturali e diplomatiche del tutto sconosciute al Capitano, peraltro già in crisi di consenso. Sono tanti i supporters di Salvini a non digerire la scelta di entrare nel Governo Draghi. ll fatto che adesso dovranno governare con gli odiati Lamorgese e Speranza, i quali rimangono addirittura al loro posto, non potrà far altro che acuire i mal di pancia. Salvini già promette cambi di passo nella gestione epidemica, ma è impensabile che faccia fede a tali promesse. Insomma, la Lega incassa, ma Salvini pagherà il conto. Da solo.

Berlusconi e Forza Italia

Per una forza politica ormai al tramonto, senza eredi designati, entrare nel Governo Draghi è sicuramente una vittoria a tutto tondo. Potrebbe essere il canto del cigno, ma anche un’opportunità di rilancio. Dipenderà tutto dagli eventi. Berlusconi può dirsi soddisfatto perché non rimane fuori da giochi molto importanti: il Recovery Plan, la Riforma della Giustizia, la Riforma del Fisco. E poco conta se i loro Ministri sono tutti senza portafoglio, in fondo Brunetta, Gelmini e Carfagna potevano sperare di tornare ad essere Ministri solo grazie a un miracolo.

Il M5S non ha niente da festeggiare a far parte del Governo Draghi

Il Movimento 5 Stelle è la forza di maggioranza relativa in Parlamento, eppure ha ricevuto solo 4 Ministeri, di cui due senza portafoglio. Di Maio rimane agli esteri, e per i 5 Stelle è un’ottima cosa. Ma hanno perso il MISE, retto da Patuanelli, che passa alle Politiche Agricole, che è certamente un Ministero importante, ma non è il MISE. E lo Sviluppo Economico diventa centrale ora che c’è da definire il Recovery Plan. Anche la Ministra Dadone è stata declassata: passa dalla Pubblica Amministrazione alle Politiche Giovanili. E sia lei che Patuanelli avevano lavorato egregiamente nei precedenti ruoli. Il M5S perde anche il Ministero della Giustizia, caposaldo grillino, che finisce a Marta Cartabia. Per non parlare del Super-Ministero della Transizione Ecologica che aveva chiesto lo stesso Grillo. È venuto fuori un semplice Ministero dell’Ambiente con delle deleghe in più, senza accorpare il MISE, ma soprattutto senza Costa,un altro ottimo ministro sacrificato sull’altare del Governo Draghi. L’imbarazzo dei vertici è palese: tanto che hanno pubblicato una foto dei nuovi ministri inserendo anche il nuovo titolare del fu MATTM, Cingolani, sebbene egli non sia affatto un grillino. Come a dire, è venuta fuori una mezza ciofega, ma è la nostra ciofega. Probabilmente cercheranno di corteggiarlo per portare a casa un mezzo risultato. Ma al di là della soddisfazione ostentata ufficialmente, è palese la delusione e il malumore che serpeggia nel Movimento. Le cose non sono andate come speravano. Il Governo Draghi ha ridimensionato il ruolo del M5S e al momento non sembra agevolare in alcun modo il perseguimento delle politiche grilline in materia di ambiente, economia, sviluppo, lavoro e giustizia. Molti parlamentari già fanno sapere che non voteranno la fiducia al Governo Draghi e si attende un regolamento di conti in casa 5 stelle.

Il PD vive per soffrire

Ci sono poche certezze nella vita. Una di queste è che Franceschini deve essere Ministro della Cultura, altrimenti implode il PD. E ovviamente, se si accontenta Franceschini allora bisogna accontentare anche le altre correnti democratiche. Ed è così che Guerini rimane titolare della Difesa e Orlando approda al Lavoro e Politiche Sociali. E siccome il PD vive di psicodrammi lontani anni luce dalle questioni reali e contingenti, in molti già affilano le lame perché nel nuovo esecutivo le donne dem non sono adeguatamente rappresentate. Ovviamente si tratta di scuse, sono tanti i malumori mai sopiti nel PD, e presto arriverà il momento della resa dei conti. Sul piatto c’è molto e i timori sono di perdere ulteriori consensi preziosi in vista delle prossime elezioni.

Speranza, Bonino, Calenda

Speranza è uno dei pochi, forse l’unico a vincere senza rimetterci particolarmente. Rimane Ministro della Salute e probabilmente riuscirà a portare avanti gran parte della linea che conosciamo già. Ciò potrebbe anche premiare il suo partito, non esattamente in cima ai pensieri degli italiani. Ma il Governo Draghi annienta Bonino e Calenda, certificando la loro assenza di peso specifico sia a livello politico che elettorale. Zeru tituli per loro e i loro partiti, che con ogni probabilità rischiano di svanire alla prossima tornata elettorale.

La Meloni dice no al Governo Draghi

La Meloni e Fratelli D’Italia saranno l’unica vera opposizione al Governo Draghi. Almeno, l’unica dichiarata e credibile, visto che questa volta Salvini difficilmente potrà fare opposizione interna come fece con il Conte I. Ufficialmente, in casa centrodestra l’asse rimane saldo, in realtà certifichiamo che non è mai esistito. La Meloni è stata usata a più riprese e senza ritegno, puntualmente messa da parte per le ambizioni personali di Salvini. Ma a tutto c’è un limite, e la Meloni guadagnerà quello che gli “alleati” perderanno per strada.

Conte, l’unico che mostra di saper perdere con dignità

Le scene del passaggio di consegne con Draghi, i saluti di rito, i sorrisi, il commiato sobrio e dignitoso, il lungo applauso ricevuto dai dipendenti di Palazzo Chigi. Giuseppe Conte perde la sua battaglia con Renzi e deve lasciare. Ma si congeda con una dignità e una serenità rarissime nel panorama politico circense a cui eravamo abituati. Se ne va da uomo libero, che non ha altri incarichi e può decidere autonomamente del suo destino. Se ne va amato, non odiato. E questo è ancora più raro. Era uno sconosciuto quando è arrivato, ora potrebbe essere il perno di una formazione progressista di centrosinistra. L’Avvocato del Popolo ha sicuramente altro da dire e da dare al Paese.

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