Il Divin Codino Roberto Baggio
Dal profilo Instagram ufficiale di Andrea Arcangeli

Disponibile dal 26 Maggio 2021 su Netflix,“Il Divin Codino” è il film di Letizia Lamartire su Roberto Baggio: la colonna sonora è di Diodato

Con “Che Vita Meravigliosa”, brano scritto per l’ultimo film di Ferzan Ozpetek La Dea Fortuna, ha vinto i due maggiori premi assegnati dalla critica cinematografica italiana, un David di Donatello e un Nastro d’Argento alla Miglior Canzone Originale. Al culmine di un anno da assoluto protagonista della scena musicale nostrana, con in mezzo un Festival di Sanremo 2020 vinto grazie all’eleganza di “Fai Rumore,” e  in cui l’unica nota stonata è stata forse la mancata partecipazione all’Eurovision a causa della pandemia, Diodato ci riprova e presta ancora una volta la propria arte e la propria voce ad una storia per immagini, quella del Divin Codino Roberto Baggio raccontata dalla regista Letizia Lamartire e disponibile su Netflix dal 26 Maggio 2021.

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Il titolo della canzone, L’uomo dietro il campione, è primariamente  emblematico della linea narrativa che i due sceneggiatori del film, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo, hanno scelto per raccontare l’iperbole calcistica ed umana del Raffaello dello sport italiano: non il Roberto Baggio delle vittorie, quello dei palmares invidiabili  e delle statistiche floride, ma quello umano e fallibile che, messo a più riprese in panchina dalla vita, ha dovuto fare instancabilmente appello alla sua capacità di resilienza. Ciò che rende poi ancora più efficace il racconto, anche in qualche modo riscattando Baggio dalla nomea di “tiratore libero, incapace di fare gruppo, di fare spogliatoio”, è il fatto che – nel momento in cui si trova  sotto rete contro il destino beffardo – Roberto non è mai solo: c’è sempre qualcosa o qualcuno che, mostrandogli le cose da un’altra angolazione, lo spinge a non mollare, ad andare avanti.

Ne “Il Divin Codino”, sono a ben vedere tre gli elementi che ricordano a Roberto Baggio di essere, prima che un campione,un uomo: la musica, la spiritualità (“Dove finiscono le mie capacità, inizia la mia fede”, dirà ad un certo punto) e la famiglia. I primi due elementi, per la verità, si intrecciano: è in un negozio di dischi, infatti, che Roberto incontrerà la persona che poi gli farà conoscere il buddismo; il periodo è quello dell’approdo del campione a Firenze, una promessa “sporcata” da un infortunio che ne aveva messo a repentaglio la carriera, nata sotto i migliori auspici.

La famiglia sarà invece “scialuppa di salvataggio” di Baggio in due dei momenti clou della sua vita in campo: il rigore sbagliato durante la finale dei Mondiali Usa ’94 contro il Brasile, incubo ricorrente del campione fino al giorno del suo ritiro, e topos musicale nonchè metafora di vita già sviscerata da Francesco De Gregori, e la mancata convocazione in Nazionale ai Mondiali del 2002.

Il protagonista è Andrea Arcangeli

E’ in quest’ultima parte di racconto che l’interpretazione già convincente di Andrea Arcangeli, attore pescarese classe ’93 visto a fine 2020 nella serie Sky Romulus, si fa particolarmente immersiva: la sua somiglianza con Roberto Baggio diventa  impressionante, tanto che  anche nelle sequenze sul campo l’attore non si è avvalso di alcuna controfigura,  potendo anzi  modulare e modellare i movimenti  partendo da una pregressa esperienza da calciatore oltre che dalla  propria sensibilità di  sportivo affamato e curioso a tutto tondo.

Il cast de Il Divin Codino, è in definitiva una formazione completamente  al servizio del proprio bomber: comprimari particolarmente efficaci sono Valentina Bellè – già spalla di Luca Marinelli nel biopic dedicato a Fabrizio De Andrè Principe Libero (2018)- qui nei panni di Andreina Baggio, e Andrea Pennacchi, che presta il volto al padre di Roberto, Florindo Baggio, con il quale il nostro ha sempre avuto un rapporto complicato, reso all’interno del film in maniera vibrante, vivida, tanto esemplare da tratteggiare i contorni di un complesso freudiano.

Due biopic a confronto

Prodotto da Fabula Pictures e Mediaset, che con Netflix aveva già lavorato su un altro film di contesto calcistico, Ultras (2020), Il Divin Codino” è formalmente un biopic: il suo più recente termine di paragone appare, quindi, la serie Sky “Speravo de morì prima” incentrata sugli ultimi due anni in giallorosso  di Francesco Totti.

Tuttavia, credo che la differenza tra questi due prodotti – oltre che guardando alla scelta del format attraverso cui raccontare due “bandiere” del nostro calcio, sia di natura sostanziale: se il “Divin Codino” intende appunto raccontare un’icona oltre che celebrarla, prova ne sia il fatto che l’interprete “invecchia” con il suo personaggio, “Speravo de morì prima” ha invece voluto porre l’accento sulla forza imperitura dei nostri miti, che sono come cristallizzati nella memoria collettiva  e quindi non sottoposti all’azione usurante del tempo.

In questo senso anche la scelta certamente divisiva di Pietro Castellitto come protagonista assume a ben vedere  una valenza più ampia: egli infatti, rappresenterebbe solo l’anima del giocatore, la sua essenza fanciullesca, quella più pura, la sua vocazione. Che rimane lì, intatta, non viene intaccata, come un giovane non viene in alcun modo sfiorato dal pensiero di invecchiare, dal passaggio inesorabile del tempo.

Verso Euro 2020, “Il Divin Codino” ci ricorda il potere aggregante dello sport

Il fulcro narrativo de “Il Divin Codino” è senz’altro la cavalcata degli Azzurri fino alla Finale di Usa ’94. Rispetto a questo momento campale della storia del calcio italiano e mondiale, posso immaginare come gli spettatori si dividano in due grandi categorie, tra chi questi momenti potrebbe raccontarli a memoria senza omettere alcun particolare, e chi invece sembrerà che li abbia vissuti per la prima volta. Tutti, però, saranno concordi su un aspetto: il grande potere aggregante dello sport e del calcio, in particolare quando si tratta della Nazionale. Un sentimento, che nel film è affidato ad una serie di sequenze di grande tensione emotiva, che unisce, davanti ad un televisore od alla radio,  famiglie, bambini, avventori di un bar e colleghi di lavoro. Una comunanza dalla quale abbiamo bisogno di attingere e che speriamo sia di buon auspicio per l’Italia di Euro2020.

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