La radicale banalità del male, implicazioni e conseguenze del processo Eichmann

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Non mi sento colpevole, ho solo eseguito gli ordini” questa la tesi sostenuta dal gerarca nazista Adolf Eichmann. L’assenza di responsabilità, tuttavia, divenne una della connotazioni fondamentali di quella che è possibile definire la “radicale banalità del male”

[ads1] Meditare è altro che ricordare, tuttavia il ricordo senza la riflessione non avrebbe alcun senso. Oggi la memoria degli eventi, la coscienza storica, appare come un valore indiscusso, ma negli anni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale, la tendenza spontanea dei sopravvissuti e del mondo circostante fu quella di lasciarsi tutto alle spalle, cercare di dimenticare per ricominciare a vivere. Un evento cruciale fece si che “ricordare per non dimenticare” diventasse un dovere: la cattura dell’ufficiale nazista Adolf Eichmann, da parte di un commando israeliano, in Argentina nel 1960.

Hannah Arendt, filosofa ebreo-tedesca scampata allo sterminio e divenuta il fulcro dell’intellighenzia filosofica newyorchese, seguì come inviata del “New Yorker”, a Gerusalemme, il processo Eichmann. Il resoconto del processo divenne uno dei suoi libri più celebri grazie alla capacità d’attrazione che l’espressione “banalità del male”, entrata a far parte poi del gergo giornalistico, esercitò sulla riflessione intorno al male del XX secolo.

Un testo che fu bersaglio di dure critiche, non solo da parte delle istituzioni ebraiche ufficiali, degli ebrei tedeschi americani, ma anche degli amici di vecchia data. In particolare, a destare scandalo nel mondo ebraico, fu l’attenzione che l’autrice rivolse al ruolo dei consigli ebraici (Judenräte), sospettati di collaborazionismo con il regime, incaricati di compilare le liste di trasporto e talvolta di effettuare i rastrellamenti degli ebrei destinati ai campi di concentramento.

Inaccettabile appariva la tesi centrale, apparentemente paradossale, sostenuta dalla Arendt: che sia possibile compiere il male senza pa10604-99rticolari interessi o motivi malvagi da parte di uomini del tutto ordinari, tuttavia colpevoli di crimini atroci. Come ricondurre azioni, quali la deportazione e lo sterminio sistematico di massa, a motivazioni che siano coerenti ad un’idea di natura e dignità umana? Un male che non ha nulla di eroico o mostruoso perché ha il volto di un uomo “col raffreddore”, chiuso in una gabbia, né perverso né sadico, ma terribilmente normale.

Il processo, tenutosi in un tribunale israeliano, e non in un tribunale militare internazionale, divise Israele e gli ebrei americani; fin dalle sue prime fasi la Arendt si accorse del rischio di un’eccessiva e fuorviante spettacolarizzazione dell’evento che sarebbe stato inquinato dall’illegalità e inficiato dal desiderio di giustizia.  Dal punto di vista del diritto internazionale il comportamento d’Israele costituiva un precedente pericoloso in quanto violava le leggi di uno Stato, l’Argentina, (in cui Eichmann risiedeva come cittadino tedesco sotto falso nome) in virtù di un fine superiore: l’allestimento di un processo contro il mondo. Era convinzione diffusa che soltanto un tribunale ebraico avrebbe potuto render giustizia agli ebrei giudicando Eichmann per “crimini contro il popolo ebraico”. Sul banco degli imputati non sedeva più un uomo in carne ed ossa, ma l’incarnazione del male. Non contavano più i crimini commessi dall’imputato, ma soltanto le accuse e le testimonianze che le vittime erano in grado di lanciare contro i loro carnefici.

Per il primo ministro israeliano Ben Gurion, definito dalla Arendt  “l’architetto dello Stato”, il processo aveva una funzione politica e morale fondamentale: ricordare ai giovani che non avevano vissuto l’Olocausto cosa avesse sofferto il popolo ebraico e legittimare e portare a termine la costruzione dello Stato d’Israele. Gli ebrei non erano più degli apolidi, ma membri di uno Stato, l’unico capace di garantire pace e sicurezza, che era ormai una realtà territoriale e politica. Una nuova entità che necessitava di fondazione e legittimazione internazionale cui bisognava garantire una dignità politica e un senso di forte coesione interna. Tutto ciò a discapito dei paesi e della popolazione araba confinante, sviluppando un conflitto che dura da decenni ed è ancora pienamente in atto.

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Germana Giardullohttps://zon.it
Giornalista pubblicista, collaboro dal 2015 con le testate zon.it e zerottonove.it in qualità di responsabile di redazione. Ho conseguito la laurea magistrale in filosofia politica discutendo una tesi dal titolo "identità ebraica, male totalitario e giudizio nel pensiero politico di Hannah Arendt", con votazione 110 e lode. Sono attratta dal mondo della comunicazione, dai suoi diversi linguaggi e dalle nuove tecnologie d'informazione. Interessata alla politica, l'attualità e al cinema in generale. Nello specifico il cinema d'autore degli anni cinquanta, sessanta e settanta.

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Updated on 1 August 2021 - 10:06 10:06