Lavoro e dignità nell’Italia di oggi

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Lavoro e dignità nell’Italia di oggi. Riflessioni sul tema dopo l’approvazione del provvedimento voluto dal Ministro Di Maio

Negli ultimi sei anni, precisamente dal mandato Monti, il lavoro è divenuto non solo l’ambito più spinoso nel dibattito politico ma anche quello in cui fra cadute clamorose e dichiarazioni a dir poco infelici (choosy) si disegnava, spesso senza cognizione di causa, il futuro della popolazione.

In questi giorni, con la conversione del Dl Dignità in legge, si è tornati a parlare del tema e – come spesso e volentieri è capitato negli anni – ognuno ha esternato la propria soluzione ad un problema tutt’ora irrisolto.

Con il passaggio definitivo al pensiero liberal (o meglio neo liberal) del PD, in Parlamento sembra essersi creata una divisione a tre che ha fatto riemergere in un certo senso una discussione non dissimile a quelle fatte durante la Prima Repubblica con posizioni molto nette e distinte.

Ad un aggiustamento delle condizioni attuali, presenti nel Dl Dignità, si è contrapposta la visione Jobs Act dei democratici e quella per il ripristino delle condizioni precedenti da parte della piccola schiera di sinistra (?).

A queto trittico ideologico che ha caratterizzato la discussione parlamentare si affianca, naturalmente, un’ulteriore riflessione sul provvedimento in sè e sui risvolti che lo stesso potrebbe avere (o meno) su una realtà lavorativa più che atipica come quella del nostro Paese.

Ad una logica di tutela generale, che abbandona (finalmente) il classico pensiero che l’arricchimento dell’impresa porta come conseguenza naturale al miglioramento delle condizioni di tutti, si contrappone però una falla che al netto della bontà del provvedimento necessita obbligatoriamente di ulteriori miglioramenti.

Infatti, se da un lato si è cercato di intervenire sulla folle proliferazione dei contratti a termine – ponendo un argine all’eccessiva libertà di movimento sul tema – dall’altro non si sono fatti i conti con la facilità di terminare gli stessi in essere data la mancata modifica di alcune specifiche regole presenti già nella precedente riforma del lavoro.

In questo discorso, che non non considera tra le altre cose tutti gli altri contratti atipici presentati in Italia in nell’ultimo ventennio, si inserisce anche quello sul tanto temuto art.18 dello Statuto dei lavoratori.

Abrogato definitivamente con l’introduzione del Jobs Act, dopo anni di lotte sindacali per un contrasto alle pessime e precarie condizioni di vita (come accade attualmente), si è cercato di rientrodurlo con un emendamento di LeU, non del tutto estranea all’abrogazione dello stesso data la componente ex Pd che votò a favore del provvedimento pur di salvaguardare l’allora Governo.

La bocciatura di questo, oltre a destare stupore soprattutto fra gli elettori pentastellati (che ne hanno da sempre fatto una bandiera in passato), ha reso monco un provvedimento che sicuramente avrebbe potuto dare di più e che senza dubbio – come anche ammesso dal Ministro Di Maio in vista di ulteriori novità in futuro – necessita di ulteriori interventi per eliminare definitivamente l’attuale clima di precarietà diffusa e continuata.

Sul tema dignità, inoltre, negli scorsi giorni è balzato alle cronache il tragico evento di Foggia che ha fatto riemergere con forza la questione – mai completamente risolta e in auge ogni estate – del caporalato.

Mentre il PD vantava il suo impegno sul tema, con il provvedimento portato avanti proprio dall’attuale segretario durante la sua permanenza al Ministero dell’Agricoltura e l’allora Ministro del Lavoro Poletti, dall’altro sono state rese evidenti le pecche del precedente intervento di contrasto a questa piaga nostrana.

Difatti, ad un mancato decreto attuativo scoperto solo di recente, si affianca anche il malfunzionamento di quello che avrebbe dovuto essere il fulcro della lotta al caporalato: la Rete di aziende.

Nel territorio pugliese, ad esempio, la Rete a cui avrebbero dovuto aderire Coldiretti, Confagricoltura e Cia – e che avrebbe agevolato i reclutamenti – non ha mai avuto piena attuazione e a questo si è unita anche una legalità all’acqua di rose in cui venivano resi i servizi minimi ma non del tutto indispensabili a garantire la piena sicurezza.

A questo più ampio ambito, infine, si aggiunge quello dell’assenza di controlli che uniti alle disperate condizioni sul lavoro hanno garantito solamente un mantenimento dello status quo, spezzato esclusivamente dalle tragedie estive.

Il controllo, mai come in questa situazione, è chiaramente necessario ma anche la prevenzione sulla formazione di casi del genere potrebbe garantire un più tranquillo scorrere degli eventi.

Nel periodo in cui si vive solo ed esclusivamente per lavorare, quindi, bisogna realmente dare una spallata allo squilibrio generale prodotto in questi anni che ha tanto penalizzato la vita del singolo all’interno della società quanto quella all’interno di gruppi stabili (la famiglia) nell’Italia del XXI secolo.