Leicester campione: una vittoria “working class”



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Ranieri e Vardy, i due volti del Leicester campione (bbc.co.uk)

Ranieri e il suo Leicester hanno vinto la Premier League proponendo un calcio semplice nel Campionato dei Paperoni. Un’impresa ripetibile?

A volte i miracoli succedono, e quando succedono nel calcio, lo sport ricco per eccellenza, finiscono per coinvolgere tutti, anche i più insospettabili.

È successo questo a Claudio Ranieri e al suo Leicester: una piccola città delle East Midlands, famosa fino a ieri per i successi della squadra di rugby, per aver dato i natali a John Deacon (bassista dei Queen) e per un tasso di disoccupazione maggiore del 10%, divenuta regina del calcio inglese dopo il 2-2 di ieri sera tra Tottenham e Chelsea. Un’impresa di dimensioni inimmaginabili quella del Leicester City, capace con risorse limitate (rispetto agli standard della Premier League) di mettere in riga nuovi e vecchi ricchi, dando voce ai romantici del calcio di tutto il mondo, uniti per una stagione sotto la bandiera delle Foxes.

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Ranieri e Vardy, i due volti del Leicester campione (bbc.co.uk)

LA RIVINCITA DEI SECONDI – L’impresa del Leicester ha principalmente due volti: quello occhialuto e sorridente di Claudio Ranieri (rotto dalle lacrime dopo la vittoria sul Sunderland, quando l’impresa iniziava a diventar concreta) in panchina e quello biondo e ribelle di Jamie Vardy in attacco.

Il manager italiano delle Foxes si è preso la sua rivincita, proponendo nel piccolo Leicester un calcio semplice, senza i barocchismi del tiki-taka, ma terribilmente efficace. Dopo aver preparato il terreno per i successi di Mourinho e Conte (costruendo i primi nuclei vincenti di Chelsea e Juve) Ranieri è riuscito nell’impresa facendo maturare definitivamente talenti come Schmichel (su cui pesava l’eredità del più famoso padre) e Mahrez (nuovo MVP della Premier), e mettendo giocatori sconosciuti come Kantè, Drinkwater e Morgan nelle condizioni di esprimere al massimo le loro caratteristiche di dinamismo e solidità, fondamentali nel gioco “operaio” del Leicester. Già, un gioco operaio; a finalizzare le azioni delle Foxes ci ha spesso pensato Jamie Vardy, che fino a dieci anni fa l’operaio lo faceva di professione e che in quattro anni ha portato il suo Leicester a scalare le gerarchie del calcio inglese, vincendo la Premier League e guadagnandosi la maglia dei Tre Leoni per i prossimi europei. Istinto, fiuto del goal e propensione ad attaccare la profondità sono le caratteristiche tecniche di uno che fino a ieri era un emerito signor nessuno, e che oggi viene addirittura proposto a furor di popolo come prossimo Pallone d’Oro. È questa la bella storia di uno che per vivere lavorava in una fabbrica di carbonio e che dalla sua passione è riuscito a tirar fuori un sogno condiviso da miliardi di persone in tutto il mondo.

IMPRESA “STORICA” – Occhio, però, a sperare di rivedere anche in giro per il mondo (in Italia, per esempio) un’impresa del genere. Quello del Leicester è un miracolo sportivo, e come tale non è cosa che si ripete tutti i giorni. Un miracolo che, però, ha radici antiche. Innanzitutto, il Leicester è stato bravissimo ad infilarsi in quel vuoto di potere lasciato dalla nobiltà togata (Man City e Chelsea, alle prese con profonde rivoluzioni strutturali) e di spada (Liverpool, Man United e Arsenal, che stanno ricostruendo a fatica i loro cicli) del calcio inglese.

La stagione grandiosa dal Leicester ha finito per oscurare le stagioni “solamente” ottime di Tottenham (che arriverà secondo), West Ham (vicino all’Europa), Crystal Palace (finalista di FA Cup), Watford e Bournemouth (salve senza troppo sudare). Poi non va dimenticato che la proprietà thailandese del Leicester ha comunque investito dei capitali nella squadra: nel mercato estivo sono stati spesi 31 milioni di sterline per comprare giocatori come Okazaki, Kantè e Inler (dal Napoli), mentre per il bomber di riserva Ulloa il Licester ha sborsato 12 milioni tra prestito e riscatto due anni fa. Cifre assolutamente nella media del ricco calcio inglese, ma del tutto inaccessibili per squadre della piccola borghesia italiana, come Sassuolo, Empoli o Chievo. Inoltre, l’Italia non sembra ancora pronta per rivedere un Verona o una Samp sul tetto della Serie A: la Juve ha dimostrato ancora una volta di non aver esaurito il suo ciclo vincente, ma anzi di sapersi rinnovare utilizzando uno dei fatturati più alti d’Europa e riempiendo il vuoto lasciato dalle milanesi.

Senza dimenticare quello che è stato lo slogan del Leicester, quel #fearless che ha contraddistinto un’impresa della classe lavoratrice inglese, e che forse in Italia non avremo mai. Per il momento godiamoci il sogno di altri, realizzato con una buona fetta di tricolore che il Bel Paese ha fatto presto a metter da parte.

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