Love, Death And Robots: la follia spiazzante della coppia Fincher-Miller



Love, Death And Robots

Tim Miller, dopo Deadpool, dà un altro assaggio delle sue capacità su Netflix, con Love, Death And Robots. A sostenerlo, un pioniere come David Fincher

Le capacità ci sono tutte, le stravaganze pure. Nell’era di Netflix, sempre più registi altisonanti sbarcano con le proprie “opere d’autore“, in cerca di dare il proprio apporto alla piattaforma e di avere anche un tornaconto personale. E così, anche Tim Miller, dopo aver portato sugli schermi Deadpool nel 2016, torna all’opera con un progetto molto singolare: Love, Death And Robots.

A supportarlo nella sua opera, vi è un regista già pioniere di Netflix (basti pensare a Mindhunter) come David Fincher. Non è la prima volta che i due collaborano (già per Millennium – Uomini Che Odiano Le Donne avevano instaurato una partnership), e scommettiamo che non sarà nemmeno l’ultima. Ma Love, Death And Robots promette assolutamente di essere la più singolare.

In sostanza, la serie sembra partorita da altre epoche ed altri tempi. Epoche in cui la fantascienza è a tutti gli effetti il faro di punta, epoche in cui l’obiettivo è quello di stupire gli spettatori anche a suon di atti estremi (come l’adottare una narrazione splatter). Come lo stesso titolo indica, le storie si incentrano su tre temi: amore, morte… e robot. Abbastanza naturale che i primi due si intreccino, anche perché non se ne scopre certo ora la potenza dualistica.

A rendere il tutto più singolare, però, vi è la presenza dei “robot”. Che non devono essere per forza meccanizzati, ma possono anche assumere sembianze umane, come si potrà notare nel corso dei diciotto episodi da cui la serie è composta. Storie assolutamente folli, ai limiti dell’assurdo, del tutto particolari e che si scostano completamente dagli schemi, regalando una sorta di perla a tutti i “netflixiani”.

Ogni episodio è concepito per essere facile da guardare, ma difficile da dimenticare. Pronti per partire per questo viaggio?

La prima volta

Naturalmente, la prima volta non si scorda mai. Per Netflix, infatti, si tratta della prima vera e propria serie antologica animata. Una serie antologica breve, composta da ben diciotto corti dalla durata variabile e dai personaggi e dalle vicende più disparate. Altro fattore molto singolare è come Love, Death And Robots colpisca a fondo nelle viscere degli spettatori.

Non c’è moralità, non c’è speranza, solamente cupidigia e sano cinismo (a volte anche crudo) in quasi tutte le diciotto storie raccontate. La razza umana ne esce assolutamente mortificata, in tutti i suoi aspetti. Miller trasgredisce e se ne infischia delle regole, e presenta un’opera iper-violenta, per certi aspetti “pulp“, carnale. E, a ben vedere, di tutti e tre gli elementi citati nel titolo, il più presente è sicuramente il secondo.

Love, Death And Robots è un’opera folle, spiazzante. Non si permette di far sconti a nessuno, dipinge la realtà come solamente due visionari come Miller e Fincher saprebbero fare. Tra alti e bassi, tra capolavori ed episodi “normali”, la serie è una vera e propria pietra miliare non solo dell’animazione, ma anche di Netflix.

Le percentuali e l’estremo in Love, Death And Robots

Love, Death And Robots non distribuisce equamente le percentuali tra queste tre componenti. Naturalmente, il gioco è tutto a favore della seconda componente (la morte), che ritroviamo in quasi tutti gli episodi. Ma la cosa stupefacente è come essa sia perpetrata in maniere sempre diverse (si va dalle uccisioni stile exploitation de La Testimone a quelle “dantiane” di Tute Meccanizzate, passando per lo splatter anni ’70 de Il Succhia-Anime), tale da diventare quasi poetica.

Ma l’estremo non si rivela solamente nella morte, ma anche nell’amore e nei robot. Love, Death And Robots, infatti, regala vere e proprie perle di fantascienza (basti pensare a Tre Robot, che ricorda per la sua umanità opere Pixar come Wall-E oppure a Dare Una Mano, che ci riporta ad atmosfere claustrofobiche, quasi kubrickiane) anche sociali (come il capolavoro Zima Blue, miglior episodio della serie) e che ci fanno riflettere. Situazioni anche distorte e surreali (come Alternative Storiche o l’assurdo Il Dominio Dello Yogurt), che riescono ad intrattenere e contemporaneamente a far subentrare nello spettatore un senso forte di straniamento.

Altra cosa che sorprende è la straordinaria componente visiva. Dal punto di vista tecnico, infatti, l’incrocio di più studi d’animazione sortisce gli effetti di un’opera corale in cui ognuno mette il suo, e ognuno riesce a fare centro, in qualche modo. L’esempio massimo è dato da Oltre Aquila, le cui espressioni facciali e fluidità di movimenti danno il sintomo che la serie non sia solo intrattenimento, ma anche espressività. Stili differenti, che vanno dalla CGI al disegno a mano, passando per il rotoscope. Una vera delizia per gli occhi.

Un prodotto particolare

Se si può pensare ad un punto debole di Love, Death And Robots, questo sarebbe facilmente identificabile nella particolarità del prodotto stesso. Paradossalmente, sebbene sia nata palesemente per il largo consumo (lo dimostra l’eterogeneità dei corti presentati), la serie si addentra troppo in meccanismi che per lo spettatore odierno non sono “commestibili“.

Il trattare temi comunque prossimi o futuri, oltre a consolidare il proprio meccanismo narrativo e circoscriverlo a generi specifici, è un’arma a doppio taglio. Da un lato, c’è il pericolo di creare un prodotto fidelizzato solo per gli appassionati di genere. Dall’altro, però, c’è la forza di poter appassionare anche chi non era mai stato avvezzo alla fantascienza (e qui gioca un ruolo fondamentale Netflix).

Love, Death And Robots è una delle classiche serie che o si ama o si odia, non ci sono mezzi termini per identificarla. Ma, se la si impara a conoscere, anche gradualmente, risulterà l’ennesima vera e propria gemma del colosso streaming.

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