Lucio Dalla: L’anno che verrà (Coronavirus permettendo)



Lucio Dalla
Immagine presa da YouTube

Lucio Dalla immaginò, in musica, l’anno che verrà con un testo attualissimo. Le sue speranze e le sue paure sono anche le nostre, in tempi di Coronavirus

Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’ è uno degli incipit più celebri della storia della musica italiana. Lucio Dalla, nel 1979, scrisse in musica una lettera ad un amico lontano, tenendosi a distanza di sicurezza. Nel 2020, quelle parole suonano sorprendentemente attuali.

L’anno che verrà

Lucio aveva bisogno di mettere nero su bianco un tempo confuso in cui c’era ‘qualcosa che non va‘. “Si esce poco la sera, compreso quando è festa“, “e, quando si può uscire, si deve indossare la mascherina”, risponderemmo noi. Ma non solo: “Si sta senza parlare per intere settimane“; in un certo senso, anche i nostri discorsi si sono prosciugati nel silenzio dell’incertezza, della frustrazione, della paura.

Alcune frasi, intorno a noi, sono reiteranti: “Siate cauti“, “Evitate assembramenti“, “Non possiamo sapere quando l’emergenza finirà“. Altre sono state usate talmente spesso che si sono svuotate di senso: “Andrà tutto bene“. Altre ancora, invece, ci scavano nel petto un tunnel d’angoscia. Lucio, invece, aveva parole nuove, originali, evocatrici di immagini terapeutiche: “Ma la televisione ha detto che il nuovo anno ci sarà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando. Sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno. Ogni Cristo scenderà dalla croce e anche gli uccelli faranno ritorno.”

E ancora: “Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno. Anche i muti potranno parlare, mentre i sordi già lo fanno. E si farà l’amore, ognuno come gli va“. Non si risparmia quando afferma: “E senza grandi disturbi qualcuno sparirà“; in Italia, in questo momento, muoiono mediamente trecento persone al giorno, “senza grandi disturbi”, eppure parliamo di vite umane, non di numeri.

Che in quest’istante ci sia anch’io

Infine, il cantautore bolognese ammette che qualcosa si dovrà pur inventare per poter continuare a sperare. Perché, come dice, ‘se quest’anno passasse in un instante, diventa importante che in quest’istante ci sia anch’io‘ e, per estensione, che ci siamo tutti noi.

Dobbiamo esserci per noi stessi e per chi non ce l’ha fatta. Per riformulare il mondo, per riscrivere con le nostre parole questa cosa inedita e terribile che ci è piombata addosso. Per costruire i ponti con il futuro. Per vedere la luce in fondo al tunnel o, almeno, per esercitarci ad immaginarla. E per iniziare a prepararci, anche noi, all’anno che verrà.

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