“Musica contro le discriminazioni”. Intervista a Gli Statuto



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Dalla musica alla società, dal mondo delle curve all’identità Mod: una lunga chiacchierata con il gruppo torinese Gli Statuto, tra i più longevi della scena musicale italiana

Ritmi di metropoli, suoni multietnici, abiti impeccabili… Siamo noi. Basterebbero le parole di “Ritmi di Metropoli”, canzone candidata ad essere il terzo singolo estratto dal loro ultimo disco, “Amore di Classe”, per raccontare chi sono Gli Statuto.

Gli scooter tirati a lucido, le polo di Fred Perry, le giacche a tre bottoni, la musica ska e northern soul sono tra gli elementi distintivi del gruppo torinese, che da oltre trent’anni è la più alta espressione musicale della sottocultura Mod in Italia. Una realtà musicale dinamica, sempre in evoluzione, ma con la singolare prerogativa di restare fedele alla propria origine, il Modernismo.

Una band che, negli anni, non ha mai rinunciato alla propria identità e al proprio stile (estetico e musicale), alla propria morale e ai propri ideali: apertura alle altre culture, odio per le discriminazioni, amore per il tifo da stadio e nessun compromesso con le mode, gli inganni e i pregiudizi della vita contemporanea. Il tutto, però, senza mai piangersi addosso o mettersi in gabbia per non incontrare il mondo esterno. Un’attitudine portata con orgoglio su palchi diversissimi, da San Remo a Plaza de la Revoluciòn a L’Avana, dal Festival Bar alle manifestazioni No-Tav, dal primo maggio a Roma alle feste del Toro, squadra di cui sono molto più che semplici tifosi.

Ne abbiamo approfittato per parlane con Oskar, fontman e membro fondatore de Gli Statuto, per farci raccontare una cosa o due sul nuovo disco, sulla loro carriera e su un movimento così unico e affascinante come il Modernismo.

Gli Statuto sono usciti a gennaio con il loro ultimo disco, “Amore di Classe”. Si tratta di un concept album, una serie di dodici canzoni che, ascoltate di seguito, raccontano una storia. Una scelta sicuramente coraggiosa, ma l’ottima risposta delle charts e le tante presenze ai vostri concerti dimostrano che il coraggio paga. Era un successo che vi aspettavate, anche alla luce della poca pubblicità che ha ricevuto il disco?

Si può parlare di “successo” in proporzione agli investimenti fatti (cioè zero) e alla nostra visibilità sui media, decisamente minima. E’ stato e sarà sempre il nostro pubblico, legato a filo doppio con noi, a sostenerci e a costituire una sorta di promozione e marketing spontanei, ma decisamente funzionali. Tra giugno e settembre il nostro calendario conterà in totale trentatré concerti; un ottimo risultato. E uscirà anche un terzo singolo estratto dall’album “Amore di classe”.

amore di classeVenendo ai temi dell’album, quella che raccontate è una storia d’amore decisamente sui generis. Lui (Adamo) figlio di operai e cresciuto nei sobborghi di Torino; lei (Eva) proveniente da una famiglia alto-borghese appartenente al mondo dello spettacolo e della TV. Una storia in cui s’intrecciano, tra le altre cose, lotta di classe, discriminazione e denuncia del falso moralismo che gira intorno allo show-business. Una scelta coraggiosa per un album coraggioso. Pensate che il messaggio sia arrivato?

Non è una tematica “coraggiosa”, ma si tratta sicuramente di una tematica ignorata. La lotta alle discriminazioni d’ogni tipo è sacrosanta, ma oggi nessuno parla e denuncia la discriminazione più vecchia del mondo: quella dei ricchi nei confronti dei poveri.

“Amore di Classe” appartiene al cento per cento allo stile compositivo degli Statuto. Nei vostri 33 anni di carriera, infatti, avete scritto canzoni dal forte impatto sociale. Dalla disoccupazione alla piaga della droga, dall’abuso di potere alla vita di fabbrica, passando per l’antirazzismo, le rivendicazioni No-Tav e l’emarginazione nei quartieri periferici; sono tutti argomenti che animano la scrittura di un gruppo che non ha mai potuto (e giustamente) fare a meno di dire la sua. Pensate che oggi, nell’epoca dei talent e dei tormentoni estivi, ci sia ancora spazio per una musica “di denuncia”, come quella che, ad esempio, portaste voi nel 1992 anche al Festival di Sanremo?

Onestamente, a Sanremo la nostra canzone (provocatoria fin dal titolo, “Abbiamo Vinto il Festival di San Remo”, NdR) non era certamente d’impatto sociale. Sicuramente abbiamo proposto una canzone anomala per il contesto e di “rottura” con gli schemi del Festival, e che ci permise di far emergere tutta la nostra attività artistica con canzoni decisamente più impegnate, questo sì. Al giorno d’oggi avrebbe senso più che mai parlare delle grosse difficoltà sociali che stanno affossando l’Italia e il mondo intero, ma forse proprio la situazione che stiamo vivendo, una crisi così profonda, fanno della musica un mezzo sempre più d’evasione e divertimento e meno di espressione e tantomeno di impegno sociale. E credo non per scelta o per convenienza.

Passando all’aspetto più strettamente musicale, già nel precedente “Un Giorno di Festa” si notava un cambio di sound. Nel vostro ultimo lavoro sembra che il cambiamento si sia compiuto: pochissime concessioni ai ritmi in levare in stile 2Tone Ska (il genere che ha reso famosi Gli Statuto), e tanto power pop, northern soul e brit pop, per un album nel complesso molto ben riuscito. Come mai questa decisione?

Abbiamo composto le canzoni in modo spontaneo e libero, senza decidere in partenza quali generi utilizzare o non utilizzare. In ogni caso lo ska è ben presente nel nostro suono, nella nostra cultura e nei nostri concerti. In questo disco il suono è personale e molto ben plasmato da Max Casacci (dei Subsonica, NdR) che lo ha prodotto. Il suono finale ci soddisfa molto e crediamo che, pur essendosi evoluto, sia comunque ben legato alle nostre radici e al Modernismo, cioè la nostra vita.

Lo sfondo di “Amore di Classe” è la vostra Torino, una città con cui avete sempre avuto un rapporto di odio/amore. Non si può, tuttavia, negare che per molti appassionati di determinati generi ilstatuto2 vostro capoluogo sia una specie di Mecca musicale. Oltre a Gli Statuto, sulle rive del Po e dintorni sono nati altri gruppi storici italiani come Africa Unite, Bluebeaters, Linea 77, Subsonica e tanti altri. Cosa c’è nell’aria di Torino che la rende una città così creativa?

Non sei il primo che usa il termine odio nel definire il nostro sentimento nei confronti della nostra città. No, noi non abbiamo mai odiato Torino. Odiamo, invece, il sistema feudale che la governa, con la famiglia Agnelli e i suoi eredi che detengono il potere assoluto di questa città, e tutti i torinesi che abbassano la testa senza cercare di cambiare questo stato di cose, dimostrandosi veri e propri sudditi. Ma quelli che sudditi non sono, e sono tanti, si adoperano nel ricercare, inventare ed esprimere idee, arte, musica e tutto ciò che può rendere questa città sempre meno da “agnelli” e sempre più da “tori”.

Quando si parla de Gli Statuto vengono subito in mente  i Mods. Ma cosa vuol dire per voi essere Mod?

La stessa cosa che ha generato il Modernismo alle sue origini, cioè la migliore soluzione di vita in un sistema che non ci piace assolutamente. Il Modernismo è il primo movimento della storia totalmente multietnico, nato in modo spontaneo e scevro da condizionamenti politici, religiosi o commerciali. “Vivere eleganti e puliti nelle difficoltà d’ogni tipo”. Noi sintetizziamo con “Rabbia e stile”.

Tornando a Torino e riagganciandoci alla domanda precedente, Piazza Statuto (quella da cui prende il nome il gruppo) è da quasi quarant’anni il punto di ritrovo dei Mods locali e monolitico punto di riferimento per la “scena” nazionale ed anche europea. Qual è l’elisir di lunga vita dei Mods piemontesi?

Il fatto che noi mettiamo il Modernismo e l’identità Mod davanti a tutto e tutti, senza mai farci ghettizzare o autoghettizandoci. Riusciamo a essere sempre presenti e protagonisti in ogni piega del tessuto metropolitano. I Mods di Piazza Statuto sono addirittura sui libri di storia e sulle guide turistiche di Torino… Siamo una realtà veramente ben radicata.

Un’ultima curiosità: il nome de Gli Statuto è legato a doppio filo al granata del Toro. Il fatto, però, di aver portato per primissimi il mondo delle curve sui palcoscenici musicali italiani vi ha fatto guadagnare il rispetto e la stima di tutte le tifoserie dello Stivale, anche quelle storicamente rivali del Torino. Secondo voi, come può il movimento ultras italiano sopravvivere e continuare a far sentire la propria voce tra pay-tv, tessera del tifoso e stadi semi-deserti?

La situazione è drammatica. Veramente. Eppure credo che prima o poi la morsa della repressione nei confronti degli ultras sarà allentata. Attualmente è una forma di propaganda per dimostrare efficacia da parte delle istituzioni e delle forze dell’ordine nei confronti di una categoria così “pericolosa” per la società. Ma per quanto ancora potranno raccontare questa pessima favola?

 

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