Protocollo di Kyoto, cos’è e cosa prevede l’accordo sul clima del ’97

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Era l’11 dicembre 1997 quando 180 paesi firmarono il Protocollo di Kyoto per ridurre le emissioni di gas serra. Cos’è cambiato oggi?

Negli ultimi anni l’attenzione verso il mondo che ci circonda è cresciuta sempre di più e soprattutto è aumentata la sensibilità verso alcuni tempi come l’inquinamento e il riscaldamento globale. Un primo importante passo avanti in materia è stato fatto nel 1997 con la stipulazione del protocollo di Kyoto, l’accordo internazionale sul clima finalizzato a ridurre le emissioni di gas serra.

Cos’è il protocollo di Kyoto

Il protocollo di Kyoto è stato sottoscritto da 180 paesi l’11 dicembre del 1997, ratio principale dell’accordo era quello di contrastare i cambiamenti climatici prevedendo una specifica disciplina che garantisse una diminuzione delle emissioni di gas serra. Il trattato ha seguito le linee guida di quella che era la Convenzione quadro delle nazioni unite sui cambiamenti climatici, nota anche come Accordo di Rio e realizzata in occasione del Summit della Terra tenutosi nel 1992.

Sebbene l’anno di nascita del protocollo sia il 1997, la sua entrata in vigore è avvenuta ben otto anni dopo, il 16 febbraio 2005, dopo la ratifica da parte della Russia avvenuta nel novembre 2004. Questo perché il trattato poteva entrare in vigore soltanto se ratificato da almeno 55 Paesi industrializzati firmatari della Convenzione quadro. Inoltre per la sua entrata in vigore era necessario che la somma delle emissioni dei Paesi aderenti corrispondesse ad almeno il 55% delle emissioni serra globali.

Il protocollo di Kyoto ha avuto complessivamente due fasi. La prima, infatti, è durata dal 2008 al 2012. Dopo l’emendamento di Doha sul protocollo di Kyoto, la sua applicazione è stata estesa fino al 31 dicembre 2020. Nel 2005 è però subentrato l’accordo di Parigi che ha definito gli obiettivi post-2020.

Cosa prevede: obiettivi e target da raggiungere

Il principale obiettivo del protocollo di Kyoto era quello di supportare un’economia di transizione capace di ridurre le emissioni di gas serra nell’aria da parte di imprese e multinazionale. Difatti il trattato incentiva e sostiene politiche industriali e ambientali per contrastare il surriscaldamento del Pianeta.

Nella sua prima fase, quella che ha coperto il periodo dal 2008 al 2012, ai Paesi firmatari è stato richiesto di ridurre le emissioni dei principali gas serra inquinanti (biossido di carbonio, metano, protossido di azoto, idrofluorocarbuti, perfluorocarburi ed esafluoruro di zolfo) di almeno il 5,2% rispetto ai livelli del 1990. Naturalmente la percentuale non era uguale per tutti i Paesi, ma cambiava sulla base della quantità di emissioni di ciascuno. Questi paesi erano tenuti, poi, a incentivare pratiche positive per la lotta ai cambiamenti climatici come protezione di zone boschive, esportare tecnologie per generare energia pulita nei paesi in via di sviluppo.

La seconda fase poi si è aperta con l’emendamento di Doha, adottato l’8 dicembre 2012, che ha previsto dei nuovi impegni per i Paesi firmatari, per un periodo di tempo esteso fino al 31 dicembre 2020. Inoltre, è stato aggiornato l’elenco di gas serra con l’aggiunta del trifloruro di azoto e le azioni previste per ridurli. In questa seconda fase del protocollo di Kyoto, della durata complessiva di otto anni, i Paesi sono stati impegnati a ridurre entro la fine del 2020 le emissioni di queste sostanze di almeno il 18% rispetto ai livelli del 1990.

Gli strumenti adottati dai Paesi per raggiungere gli obiettivi

Il protocollo di Kyoto non si è limitato solamente ad assegnare dei target da raggiungere ma ha consegnato ai Paesi aderenti anche gli strumenti per raggiungere gli obiettivi proposti attraverso l’individuazione di tre diversi meccanismi flessibili.

International emissions trading

Ovvero la possibilità di vendere e acquistare diritti di emissioni tra Paesi. In pratica, se un Paese riduce le proprie emissioni e lascia un “avanzo” di emissioni da poter emettere, può vendere questo avanzo a un altro Paese che non riesce a stare sotto la quota definita. Lo strumento dunque è stato pensato proprio come un vero e proprio scambio di emissioni.

Clean Development Mechanism

Consiste nella possibilità dei Paesi industrializzati di compensare le proprie emissioni con l’avvio, in altri Paesi in via di sviluppo, di progetti finalizzati alla riduzione di emissioni in quelle aree. Ciò può avvenire tramite l’esportazione di tecnologie per generare energia pulita o efficientamento energetico delle abitazioni, o ancora progetti di riforestazione e implementazione di zone verdi.

Joint implementation

Disciplinato dall’articolo 6 del protocollo di Kyoto, questo meccanismo prevede la possibilità, per le imprese appartenenti a Paesi con vincoli di emissioni, di realizzare progetti di riduzione di emissione in altri Paesi ugualmente soggetti a vincoli, in modo tale da generare zero emissioni in entrambi i Paesi. In questo modo è possibile abbattere le emissioni in situazioni in cui può essere più conveniente anche a livello economico, guadagnando delle specie di “crediti emissioni”, chiamati Emissions Reductions Unit, generati dall’inquinamento evitato grazie a questi progetti.

Gli effetti del Protocollo di Kyoto

Il protocollo in materia di cambiamenti climatici è stato un documento rivoluzionario in quanto riconosceva per la prima volta la responsabilità dell’uomo riguardo le catastrofi ambientali. Benché il trattato prevedesse misure e sanzioni verso chi non le rispettava, l’esperimento però non si rivelò un vero e proprio successo. Infatti né a livello comunitario né i singoli Stati raggiunsero gli obiettivi previsti dall’accordo. Ad esempio, l’Italia non è riuscita a ridurre del 6,5% le emissioni di gas a effetto serra come previsto dal protocollo di Kyoto, fermandosi intorno al 4,6%.

Paesi attualmente aderenti e Paesi assenti

Attualmente i paesi che aderiscono al protocollo sono 191, più un’organizzazione. L’unico Paese a essersi tirato indietro al momento è il Canada, che ha ritirato la sua partecipazione nel 2011. Grande assente sono gli Stati Uniti, responsabili del 36,2% delle emissioni complessive, che hanno aderito inizialmente senza però ratificarlo, un passo che l’Australia ha fatto invece nel 2007. Tra gli altri, non aderiscono al protocollo di Kyoto nemmeno Iraq, Andorra, Afghanistan e Taiwan. Infine, nazioni come Cina, India e Brasile, sebbene abbiano aderito, non sono state obbligate a rispettare il trattato poiché considerate in via di sviluppo.

Adelaide Senatore
Studentessa in Scienze Politiche appassionata di giornalismo, musica e letteratura.

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Updated on 17 September 2021 - 04:55 04:55