Puttana, Salerno (storia di una perdizione)!

C’era una volta la fatina Salerno, pulzella vereconda e pudica, che venne in sposa a un contadinello

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Salerno, come kimberlite che ha in nuce il diamante, era di una bellezza ascosa che appariva solo agli occhi innamorati del suo uomo.

Attraverso il mare e fin sulle colline irrorate dal sole, venne il male che si portò via l’amore di una vita.

Ma Salerno aveva una nidiata di figli. Salerno aveva il dovere di andare avanti.

Inchiavardato il cuore nelle segrete della malinconia, l’incantevole Salerno si perse nella città.

E via le gonne slabbrate. Alla malora l’incarnato di un viso troppo naturale per lo smog del centro.

Nel breve volgere di qualche luna, Salerno s’intonò con la modernità.

A un caffè sulla litoranea, incontrò un uomo.

Anche questo giovin signore odorava di fieno. Pure cotal cavaliere riluceva di filari stesi al sole.

Salerno, allora, ripescò il suo cuore dagli abissi della malinconia, e lo disserrò.

E vennero lustri magnifici. Salerno, ormai diamante raffinato, divenne incantevole. Tutti venivano a guardarla.

Eppure, eppure.

Qualcuno obiettò: <Ma Napoli, è sempre Napoli!>

L’ambizioso compagno, allora, volle conoscere questa giovane maga, Napoli per l’appunto, che osava mettersi a paragone con la sua Salerno.

Bella, era bella. Ma quant’era malandrina, disordinata e arruffona!

Eppure, eppure.

Dopo la conoscenza della conturbante Napoli, il moroso sembrava non essere più lo stesso.

Salerno era una fatina, stupenda per la sua natura. Napoli, un’ammaliatrice di diversa fattura e complessione.

Più e più volte l’insano compagno chiese a Salerno di tradire la sua essenza.

Ad un certo punto, la sventurata rispose.

Cominciò a riempirsi di lustrini, di paillettes sempre più scoscese sulle zeppe chilometriche.

Iniziò a frequentare ancora più persone che potessero apprezzare la sua bellezza.

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Fece la spola tra visagisti all’ultimo grido e tra chirurghi dall’anima plastica.

La Salerno dolce di un tempo, trascurò del tutto i suoi figli.

Capiva che avrebbe dovuto abbandonare quell’uomo che la stava svendendo nei lupanari del potere.

Ciononostante, come soggiogata da quel fine dicitore, non riusciva a distaccarsene.

Eppure, eppure.

Proprio adesso, in questo periodo che si approssima al natale, dove ormai i ninnoli luccicanti hanno strozzato l’anima della perduta Salerno, vorrebbe non aver mai disserrato quel cuore abbandonato alla malinconia.

Tra le ferite di un corpo disfatto dall’abuso, quella piccola Salerno che fu, pensa ancora al suo contadinello sperso nella dimensione del sogno.

E una lacrima, che sa di disperazione e di ribellione, scende giù dalle rigide gote.

Il tempo di un blitz.

Un’altra vagonata di clienti s’approssima alla stanza.

Salerno è qui, carne esausta, da imbrattare con l’ultima voglia.

<Puttana, Salerno!>

 

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