Reddito minimo, una battaglia di civiltà



Si fa sempre più urgente l’istituzione di un reddito minimo garantito per i ceti meno abbienti della popolazione

«Basta basta basta nun poss’ cchiù stà
ncopp’ ò 740 ì mammà e papà
ricattat’ ossessionat’ mantenut’ parassit’
ma ‘sta storia adda fernì vogl’ò salario garantit’».

Così cantavano i 99 Posse nel lontano 1992 per esprimere il bisogno della loro generazione di un salario di sopravvivenza per studenti e disoccupati. Sono passati oltre vent’anni e tale necessità si è ulteriormente accentuata anche se il mero concetto di salario ha ormai perso il suo antico e nobile significato visti i numeri sempre più crescenti della disoccupazione giovanile e non. Gli esperti del settore parlano, quindi, di “reddito minimo garantito” sul modello del sostegno economico che la maggior parte dei paesi europei dispone per i suoi cittadini: l’Italia, non a caso, è uno dei pochissimi Stati dell’Unione Europea che non lo prevede. Il perché è di facile intuizione: verrebbero meno clientele, sfruttamento e raccomandazioni varie per cui i nostri politici più furbi perderebbero molto del loro potere nel fare promesse in campagna elettorale ed ai datori di lavoro più disonesti verrebbe preclusa una forte arma di ricatto nei confronti di una popolazione messa allo stremo dalla crisi economica.

Gli analisti discutono delle varie proposte a riguardo tra cui emerge quella dell’associazione Libera contro le mafieReddito minimo di Don Luigi Ciotti che ha lanciato una raccolta firme sul sito www.campagnareddito.eu per chiedere al Parlamento di adoperarsi per un “reddito di dignità”. A livello politico, invece, una delle iniziative in merito più dibattute è quella del Movimento 5 Stelle, ossia del “reddito di cittadinanza”, vero e proprio cavallo di battaglia per gli attivisti di Beppe Grillo, che nei giorni scorsi ha dato vita ad una marcia che chiedeva a gran voce l’istituzione di un supporto economico universale per tutta la cittadinanza italiana sprovvista di un salario.

Nonostante la bontà della proposta del M5S, essa risulta economicamente non attuabile proprio per via della sua universalità che peserebbe troppo sulle casse dello Stato già in difficoltà a causa del fiscal compact e dell’austerity imposti dall’UE. Mentre sarebbe di più facile emanazione un “reddito minimo” per quelle fasce della popolazione italiana veramente indigenti, a cui manca sì un reddito da salario ma che al contempo non dispongono neppure di rendite regresse o di patrimoni familiari. Da ciò si evince che la sacrosanta battaglia per il reddito minimo deve essere preceduta da controlli fiscali preventivi onde evitare che tale supporto, utile anche a stimolare i consumi, finisca poi nelle tasche di chi un lavoro non ce l’ha semplicemente perché non ha l’effettiva necessità di trovarlo.

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