Russian Doll: la recensione della nuova serie tv Netflix dal primo febbraio in streaming sulla piattaforma tra “Fleabag” e “Auguri per la tua morte”

La protagonista di Russian Doll, Nadia Vulvokov, mezza americana mezza ebrea, la Natasha Lyonne doppiata da Selvaggia Quattrini, star di Orange is the New Black, è un ingegnere informatico nella New York magnetica delle feste e delle notti in cui tutto può succedere. Il giorno del suo trentaseiesimo compleanno organizzato a sorpresa dalla una delle due sue migliore amiche, si ritrova ammazzata da una macchina mentre è alla ricerca del suo gatto scomparso tra le strade della metropoli, per poi tornare in vita, nel bagno della dimora-location in cui è stata organizzata la sua festa. Finisce per riprovare l’esperienza luttuosa infinite altre volte, per poi ritrovarsi sempre davanti allo specchio di quel bagno che sarà l’inizio costante di quel loop senza fine.

All’inizio Russian Doll sembra ricordarci quel tormentone di Auguri per la tua morte della Blumhouse Productions fondata nel 2000 da Jason Blum, creatore di film come Insidious, La notte del giudizio, Sinister, Paranormal Activity e il vincitore di tre premi Oscar Whiplash. La storia, o per lo meno l’incipit, è lo stesso. Una ragazza si ritrova a rivivere il giorno del suo compleanno infinite volte dopo essere stata ammazzata da un serial killer. Dovrà, prima di finire le sue possibilità di “resurrezione”, conoscere l’identità del suo assassino, o forse scavare di più in se stessa e nel suo passato?

Due protagoniste, quelle di Russian Doll e di “Auguri per la tua morte”, entrambe inacidite, spregiudicate, feroci, piene di sarcasmo e di veleno da seminare. Entrambe con dei recessi, entrambe bloccate in quell’anfratto tra la vita e la morte, una ammazzata dal caso, dal pericolo disseminato nelle strade di New York: una feritoia delle fogne, una macchina che sfreccia veloce, una scalinata; l’altra uccisa da un uomo in maschera la cui identità sembra essere di sua conoscenza: sarà qualcuno che la odia del suo college? Insomma, morti figurate a parte, assassini o destini beffardi, le due protagoniste di ritrovano a guardarsi le spalle, a non ripetersi e a non rivivere irrimediabilmente partendo sempre dallo stesso posto, dallo stesso bagno per una, dallo stesso letto per l’altra.

Se in un certo senso, il paragone tra la serie tv e il film finisce qui, Russian Doll ci ricorda qualcos’altro. Ci ricorda, per altri motivi abbastanza evidenti, la serie tv Amazon del 2016 di soli sei episodi dalla durata ciascuno di venticinque minuti Fleabag. “Fleabag” racconta di una giovane donna londinese e della sua vita problematica, dovuta a una famiglia disfunzionale, alle difficoltà economiche legate alla gestione di una caffetteria a tema porcellino d’India, che aveva aperto con la sua migliore amica, ora defunta, e alla sua instabile, quanto frenetica vita sessuale e sentimentale. La serie è l’adattamento dall’omonimo spettacolo di Edimburgo del 2013 di Waller-Bridge che ha vinto il primo premio Fringe.

L’idea iniziale del personaggio di Fleabag è nata da una sfida con un amico, in cui Waller-Bridge era stata costretta a creare uno sketch per un evento di stand-up di 10 minuti. Seppur da quanto scritto le due serie tv non sembrano minimamente affini, Russian Doll proprio come Fleabag racconta sempre di due donne, e se la differenza di qualità tra le due è evidente (Fleabag è un capolavoro televisivo di nicchia), ci sembra che entrambe abbiano reso al meglio lo svelamento del senso di colpa di due donne. Entrambe inconsapevoli, quasi, del loro rimosso. Entrambe soggette ad un dolore lacerante, che solo di puntata in puntata verrà svelato, quasi freneticamente. Non è un caso che entrambi i titoli si rifacciano ad una similitudine. La prima protagonista, quella di Russian Doll (lo dice il titolo stesso) è un sistema perfetto di matriosche che si schiudono lentamente di puntata in puntata svelando le interiora, seppur spirituali di una donna, quasi quanto la seconda, “Un sacco di mosche”, un personaggio nauseabondo, fastidioso, scorretto, quasi sociopatico che si dovrà confrontare con i suoi scheletri nell’armadio, con i suoi demoni nascosti in quella allegorica cesta riempita da insetti, che sono tutti i demoni e le escrescenze che le negano l’evidenza dei suoi errori. Sono tutti quei vizi quotidiani, quel senso di immoralità che sovrasta la verità. La somiglianza è quasi del tutto netta, ed entrambe le serie tv sono due dramedy perfette e bilanciate.

Se “Russian Doll” abbandona subito la strada e le citazioni riguardanti “Auguri per la tua morte”, la seconda non si accosta per niente rimanendo parallela e identica al personaggio di Nadia Vulvokov. Finite le digressioni televisive, Russian Doll è una delle novità più importanti del servizio Netflix, un piccolo prodotto che riesce ad empatizzare, proprio come faceva Fleabag, con il contorno dei suoi personaggi, con le caratterizzazioni che influiscono e si accostano al cambiamento repentino delle scelte delle proprie protagoniste. Quando poi Nadia Vulvakov, ed è forse questa la più grande novità della serie tv che non prende da nessuno dei due prodotti precedenti, si ritroverà a vivere la sua esperienza purgatoriale con un altro ragazzo che “soffre” la sua stessa vicenda ed è costretto a ripetere la sua ultima giornata, dopo l’abbandono da parte della sua ragazza, e dopo il suo suicidio da un palazzo, l’idea narrativa, di visione, e di tempo si sdoppiano, come dimostra l’ultima bellissima puntata. Puntata che riflette perfettamente la ratio del target a cui ci ha abituati Netflix e che ne ha fatto la sua fortuna, tra dimensioni temporali molteplici, moralità, mille variazioni di scena e di plot.

Russian Doll insomma, sembra essere stata creata per gli spettatori rassicurati da serie tv come Fleabag e altri prodotti “Netflixiani” sullo spazio-tempo e vicini al plot di “Auguri per la tua morte”. Per chi è in astinenza da questo mondo fatto di ghigni, black humour, fatalità, recessi, e protagoniste antipatiche e trasversalmente adorabili, si faccia avanti!